È notte fonda quando il neoeletto senatore del Michigan Abdul El-Sayed sale sul palco del Convention Center di Detroit. Il boato è assordante, quello di una folla in festa per un’elezione destinata a cambiare il corso della politica americana. È l’ultimo, in ordine temporale, di quel ristretto gruppo di senatori democratici riusciti a compiere un’autentica impresa: strappare ai repubblicani territori chiave, dagli swing state come il Michigan dello stesso El-Sayed alle autentiche roccaforti rosse, come il Texas, riconquistato dopo più di trent’anni, grazie alla vittoria di James Talarico.
È la sera dei miracoli del Partito democratico. Nelle elezioni di midterm per il rinnovo del Congresso americano, che coinvolgono l’intera Camera dei Rappresentanti e un terzo del Senato, i Dem hanno ripreso il controllo di Capitol Hill. Un’onda blu che ha travolto un presidente Trump apparso spiazzato dal risultato, tanto da aprire alla possibilità di una collaborazione tra il suo Partito repubblicano e quello avversario nei prossimi due anni.
La strada che ha portato a questo risultato è stata tracciata in gran parte dallo stesso Trump. Se al Partito democratico va riconosciuto il merito di aver espresso candidati forti, dall’altra parte il presidente americano ha fatto ben poco per aiutare i suoi, finendo anzi per indebolire ulteriormente il Grand Old Party (GOP). “Tutto il tempo che ha passato a parlare della sua sala da ballo e delle piscine avrebbe dovuto impiegarlo per convincere gli americani di avere un programma per affrontare certi problemi. Ma non l’ha fatto. E’ questa la cosa più importante”, spiega Paul Berman, membro del New York Institute of Humanities e autore di numerosi saggi, di cui tre tradotti in italiano, “Sessantotto”, “Terrore e Liberalismo” e “Idealisti e potere”.
L’attacco sferrato all’Iran a febbraio 2026, con la lunga e drammatica guerra che ne è seguita, ha decretato l’inizio della fine per Trump e i suoi. Il prezzo della benzina è schizzato alle stelle, con ripercussioni immediate su un Paese in cui il trasporto su gomma è centrale. Di conseguenza, il costo della vita è aumentato fino a diventare insostenibile per molti americani. Sullo sfondo poi altre questioni pressanti, come un sistema sanitario troppo costoso e politiche sull’immigrazione, talmente dure da ritorcersi contro lo stesso governo.
Per Berman, però, ridurre la sconfitta alla sola guerra in Medioriente sarebbe un errore. “La guerra in Iran è uno dei problemi, ma ce ne sono molti altri. Attribuire la sconfitta a quest’unica questione, o considerarla quella decisiva, non mi convince”, osserva il saggista. A pesare è stata soprattutto l’incapacità di Trump di dimostrare agli americani di avere soluzioni concrete alle loro problematiche quotidiane.
Si è arrivati così a quell’ondata blu nella notte elettorale appena conclusa, che rappresenta tanto un voto contro Trump quanto un attestato di fiducia nei confronti dei Democratici. Per l’autore, uno dei dati più rilevanti emersi dalle urne è la portata nazionale del risultato: “Il rifiuto di Trump è arrivato da ogni angolo del Paese, comprese le regioni che nelle scorse elezioni gli erano state più favorevoli. È straordinario se consideriamo che, negli ultimi anni, le differenze tra democratici e repubblicani, tra destra e sinistra, tendevano a essere soprattutto regionali”. “Persino dove i candidati repubblicani hanno vinto, lo hanno fatto con margini inferiori a quelli che ci si sarebbe normalmente aspettati”.
C’è da chiedersi, però, cosa accadrà adesso. I Democratici, infatti, hanno conquistato il Paese proponendo candidati molto diversi tra di loro, capaci di intercettare le varie anime dell’elettorato, ma senza offrire ancora una direzione politica unitaria. Per il momento, questa strategia si è rivelata vincente e ha raccolto una quantità impressionante di voti. Ma in vista delle elezioni presidenziali del 2028, il partito sarà chiamato a una scelta: trovare una sintesi o rischiare di sgretolarsi sotto il peso di quelle stesse differenze che oggi ne hanno decretato il successo.
“Stiamo vivendo un momento di euforia democratica, quindi è normale che nessuno parli delle divisioni. Ma esistono e prima o poi dovranno essere affrontate”, avverte Berman. Il primo terreno di scontro, secondo il saggista, sarà proprio la leadership del partito. “Ci sarà una rivolta all’interno del Partito Democratico, da parte di quella che possiamo definire l’ala sinistra, contro quella leadership rappresentata da Chuck Schumer al Senato e Hakeem Jeffries alla Camera”.
C’è poi il tema del sostegno ad Israele, che rischia di portare ad una frattura insanabile. All’interno del partito, i Democratic Socialists of America (DSA) sono fortemente contrari al sostegno militare e politico verso lo Stato ebraico, entrando così in contrasto con una parte consistente del partito che considera il rapporto con Israele uno dei principi chiave della propria tradizione politica, fin dai tempi della presidenza di Harry Truman. “Sono questioni che rischiano di provocare profonde tensioni emotive e ideologiche nel partito”, avverte Berman.
Il Congresso, in ogni caso, sarà a maggioranza Dem per i prossimi due anni. Questo significa che il partito dovrà presto pensare a quali battaglie portare avanti. Per Berman, le priorità sono chiare: innanzitutto il combattere quella che definisce la corruzione di Trump, della sua amministrazione e della sua famiglia, sfruttando i poteri di inchiesta del Congresso. Il secondo passo sarà costruire un programma coerente e credibile in vista delle elezioni presidenziali del 2028. Una sorta di nuovo “New Deal”, capace di offrire agli americani un’alternativa che vada oltre la semplice opposizione al presidente. Infine, il grosso del lavoro dovrà riguardare la politica estera, riaffermando il ruolo degli Stati Uniti nella difesa delle democrazie di tutto il mondo, a partire dalla NATO e dal sostegno all’Ucraina.
Guardando al campo repubblicano il futuro appare più incerto che mai. Per Berman prevedere le mosse di Trump è praticamente impossibile: il presidente, sostiene, agisce spesso d’impulso, rendendo difficile anticiparne le reazioni. Un problema non da poco per il GOP in vista del 2028, dato che Trump non potrà ricandidarsi avendo raggiunto il limite costituzionale dei due mandati e nel mentre il partito non ha espresso grandi candidati papabili. Con molta probabilità, il nome destinato a emergere sarà quello del vicepresidente J.D. Vance, che negli ultimi mesi ha cercato di costruire una propria identità politica distinta da quella del presidente. Ma anche qui Berman vede poche certezze: “Faccio molta fatica a immaginare che qualcuno dell’amministrazione Trump possa vincere nel 2028, vista la portata della sconfitta repubblicana”.
Chissà, però, che a sorpresa il prossimo candidato repubblicano non possa arrivare da fuori. D’altronde, anche Trump nel 2016 era un outsider e proprio partendo dalla sua estraneità all’establishment aveva costruito gran parte della sua forza politica. Il presidente ha trascorso gran parte del suo secondo mandato circondandosi di miliardari e big della tecnologia, che dispongono di tutti i mezzi finanziari e comunicativi per portare avanti una campagna elettorale. L’ipotesi di un outsider miliardario, dunque, non è da escludere secondo Berman, pur con cautela: “D’altra parte nessuno si è ancora fatto avanti. L’unico candidato di questo tipo, un miliardario che ha tentato la corsa in Ohio, è stato sconfitto malamente. In questo momento, il Paese non sembra nutrire molta simpatia per i miliardari e le persone facoltose”. Il vero interrogativo, allora, riguarda soprattutto quale dei due partiti riuscirà a trasformare questa notte elettorale in una direzione politica destinata a durare oltre il 2026.








