Esclusiva

8 Febbraio 2021
«Non è colpa nostra», i giovani e la pandemia

I giovani tra i 25 e i 35 anni sono tra i più colpiti dalla crisi del Covid-19. Ecco alcune delle loro storie

Il Covid-19 è trasversale: ha colpito tutte le categorie. Minaccia gli anziani, poco tutelati da una campagna vaccinale che procede a rilento. Lascia a casa gli adolescenti, costretti ad alternare didattica online a giorni di lezione in presenza. E toglie il lavoro ai meno fortunati, quelli che non hanno potuto continuare la loro attività da remoto. O, semplicemente, un’occupazione non ce l’hanno più.

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I giovani sono in bilico. Anzi paralizzati, per usare le parole di Mattia Lucia de Nittis, autore della fotografia scelta per questo articolo. «Volevo rappresentare il senso di soffocamento che provo dall’inizio della pandemia». Mattia è uno dei tanti costretti a fluttuare, a cercare un impiego. Fa parte di quel 29,7% di giovani senza lavoro, un dato tra i più alti nell’Unione Europea.

I più colpiti hanno tra i 25 e i 35 anni. Da una parte sono gli stagisti, che con quel tirocinio – spesso non retribuito – sperano di formarsi per il futuro. Dall’altra le partite Iva, con uno stipendio di circa 1000 euro netti al mese. Lo spartiacque è il mondo del lavoro, agognato dai primi, conquistato a fatica dai secondi.

Secondo i dati Istat, solo a dicembre 2020 abbiamo perso 101mila posti di lavoro. Questi numeri sono storie, sogni e progetti di ragazzi che hanno dovuto mettere da parte tutto per cercare di sopravvivere alla crisi da Covid-19. Mentre il gap generazionale si allarga e scarseggiano gli investimenti pubblici sulla formazione.

«Non è colpa nostra, spero ne terranno conto quando prenderanno in mano i nostri curriculum», dicono Giorgia e Francesco. Tirocinante per una ONG lei, stagista in un ufficio legale lui. «L’impatto ce l’ho avuto perché ho conosciuto poche persone nuove». Sono le parole di Gabriele, 26 anni, giornalista freelance. Costruire un’ampia rete di contatti è fondamentale per chi fa il suo mestiere. «Chi è un freelance? – sorride attraverso la mascherina, poi risponde – uno che si sbatte dalla mattina alla sera». C’è anche Alessandro, 30 anni a giugno: «Sono un interprete, ma non lavoro con le conferenze da marzo. Per fortuna mi è rimasto l’insegnamento».

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