Esclusiva

2 Febbraio 2021
L’inchiesta

Coordinamento giornalistico: Michele Antonelli, Angelica Migliorisi, Silvio Puccio, Chiara Sgreccia, Francesco Stati

«Senza aiuti, non ci resta che andare a rubare…». Quelle di Massimo sono parole forti, spinte dalla disperazione. La stessa di Stefano, Laura, Alessandro. Nomi comuni, volti provati, voci insicure. Persone che hanno paura di non farcela e che da un giorno all’altro hanno perso stipendi, certezze, sogni. Vite in bilico per colpa della pandemia, storie di nuove povertà. Quelle di cambiamenti di prospettive, carriere interrotte, passioni infrante. Da tutto a niente, in pochi mesi.

Brillanti studi alle spalle e un percorso lavorativo avviato dall’altra parte del mondo, in un prestigioso hotel di Toronto. Poi il blocco, le chiusure e il licenziamento. Per Nicolò, è successo tutto all’improvviso: «Non dico fosse l’impiego dei miei sogni, però mi dava indipendenza». Il virus non fa distinzioni.

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Stefano, maestro di sci da più di quarant’anni: «Mi sono sempre arrangiato, anche con lavoretti di edilizia tra una lezione e l’altra. Ora c’è la neve, ma è tutto il resto che manca». La storia di Giorgio, guida turistica, descrive la catastrofe di un settore e diventa sinonimo del desiderio di ripartenza: «Ho dovuto attingere ai risparmi, nei primi mesi è stata durissima. Poi l’idea, insieme alla mia ragazza, educatrice cinofila. Abbiamo messo in piedi un nuovo sistema di visite guidate, che combina gite e passeggiate didattiche con i cani. Ha riscosso successo, è stata la nostra forza». 

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Alessandro, ristoratore: «È una situazione senza senso, lavoriamo al trenta per cento del nostro potenziale, una bastonata. Sono stato costretto a chiedere una riduzione dell’affitto, non posso più pagare». Anche il lavoro domestico, ignorato dai primi decreti, tocca con mano la crisi. Una badante ha spiegato – chiedendo a Zeta di restare anonima – la sua situazione: «C’era tanta paura soprattutto all’inizio. Ho continuato a lavorare anche in nero, in altri casi mi hanno messo in ferie per paura di contatti esterni». 

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Se alcune esperienze finiscono, altre – come quelle legate ai colossi dell’e-commerce – diventano storie di successo. Come per Amazon, che nei mesi di lockdown ha visto la propria piattaforma inondata da richieste. Abbiamo raccolto le testimonianze di alcuni dipendenti: c’è chi ha avuto «occasioni» grazie a nuove assunzioni, ma c’è anche chi ha dovuto fare i conti con «turni estenuanti». Tutti, a modo loro, si sono sentiti ingranaggi di una «grande matrioska». 

Lucrezia, 56 anni, “povera digitale”: «A marzo lavoravo in un call center. Restando a casa però, non venivo retribuita. Sono diventata povera nel giro di una settimana». Lavorare da remoto? «Impossibile, non ho i soldi per permettermi un computer». 

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Nel mezzo, la scuola. L’istituzione che dovrebbe preparare alla vita, ma che ha allargato le distanze. «Mia figlia – racconta Giuliana – aveva buoni voti, con la DAD la sua media è calata. Un dispositivo lento e una linea non adatta l’hanno messa in difficolta durante le verifiche». E i giovani? Esemplare è la storia di Giacomo, fashion designer: «Mi sono sempre dato da fare e dopo la laurea ho trovato uno stage in un’azienda di moda milanese. Era il mio sogno. Nonostante mi avessero già parlato di assunzione a tempo determinato, non mi hanno potuto tenere. Ho provato a restare a Milano, ma la pandemia mi ha rispedito al Sud». 

Porte chiuse, come accaduto a Giorgia: «Negli ultimi anni ho ricevuto così tanti “no” da farne un museo. Ho un master in Diritti umani, ma il mio percorso da tirocinante è sospeso a causa del Covid. Non trovo un impiego perché non ho abbastanza esperienza. Posso ambire solo a tirocini ma le aziende, data l’emergenza, hanno tagliato i fondi. Dovrò aspettare almeno un anno per immettermi nel mondo del lavoro, avrò un gap incolmabile con chi, più giovane di me, non avrà subito le conseguenze del virus. Spero che si ricordino di noi e di quello che abbiamo vissuto. Non è colpa nostra».

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Il Coronavirus ha infranto il sogno di Giulio: «Io e il mio socio stavamo facendo qualcosa di bello. Abbiamo aperto la nostra palestra nell’ottobre del 2019, investendo un capitale discreto. La seconda chiusura ci ha fatto davvero male, dopo tanti sforzi ci siamo sentiti presi in giro. Ora viviamo nell’incertezza, non sappiamo se insistere o lasciar perdere tutto».

Poveri – Quelle vite sospese dal Covid è un’inchiesta inseguita da Zeta. In cinque puntate, cercheremo di mettere a nudo lo spaccato di una nuova modernità.

Prima puntata:

«A Palermo non è cambiato niente», voci dalla città senza lavoro

Mense popolari e spese solidali, le nuove povertà affamate d’affetto

In coda per un pasto caldo, la Milano che non ti aspetti