Esclusiva

17 Febbraio 2021
Clubhouse, il social dove parli (e dalla Cina ti ascoltano)

Il nuovo social network, secondo la Stanford University, non è sicuro. I garanti minacciano sanzioni, l’azienda si difende

Clubhouse è l’app del momento. Nata un anno fa dalle menti dell’imprenditore della Silicon Valley, Paul Davison, e dell’ex Google Rohan Seth, il nuovo social network è da settimane sulla bocca di tutti. E come potrebbe non esserlo, dato che usa solo la voce dei suoi utenti? Diversamente da Facebook, Twitter, Instagram e compagni, Clubhouse pone al centro del suo progetto l’audio, eliminando i fronzoli dei nuovi media e riscoprendo l’essenza della cara, vecchia radio. 

L’aura di novità, tuttavia, non è data solo dal mezzo sonoro (esistono già social molto popolari che funzionando in maniera identica, come Discord), ma da due pilastri: il senso di community esclusiva e gli sponsor famosi. L’app, infatti, è progettata solo per iOS (iPhone). Un gruppo già molto identitario, legato ad Apple e a tutti i suoi prodotti da ormai 12 anni di comunicazione elitista del marchio di Cupertino.

Clubhouse, il social dove parli (e dalla Cina ti ascoltano)
Marco Montemagno e Andrea Scanzi in diretta sui social mentre conversano su Clubhouse

Un terreno più che fertile, già ben arato e pronto a essere seminato dagli sviluppatori di Clubhouse, che hanno scelto di propagare il loro prodotto attraverso un meccanismo di inviti. Ogni nuovo iscritto, per finalizzare il suo ingresso, deve essere inserito da qualcun altro già presente nel social network, il che rafforza ulteriormente l’idea di essere un privilegiato. Una cerchia ristretta, resa ancor più esclusiva dal numero limitato di inviti per utente (due a persona).

A sorprendere, analizzando il successo della piattaforma, sono la caratura e la vastità degli endorser del progetto. Dal miliardario Elon Musk al rapper MC Hammer, passando per gli influencer italiani Marco Montemagno, Luis Sal e Andrea Scanzi, Clubhouse sembra essere il social più amato dalla “gente che conta”. Nel periodo tra gennaio e febbraio, l’utenza italiana è aumentata a dismisura, trainata dai messaggi entusiastici di VIP, politici e giornalisti, diventando di fatto il social trendy del momento, il luogo dove “non puoi non esserci” e dove si litiga per avere quell’invito per entrare nel cerchio ristretto.

Dietro questo facile entusiasmo, tuttavia, c’è un tema comune a tutti i social network: qual è il prezzo? Clubhouse è, in termini economici, gratuitamente scaricabile (a patto che si abbia un melafonino). La valuta di scambio per parlare nel club sono i nostri dati personali. Secondo uno studio dell’Università di Stanford svolto attraverso il suo osservatorio sulla rete (SIO), l’app si appoggia a un provider con sede a Shanghai per la gestione e la trasmissione dei dati personali dei propri utenti. Un aspetto che potrebbe rendere accessibili le conversazioni sul social americano al governo cinese, che ha già provveduto a vietare Clubhouse in patria. 

Clubhouse Cina
L’indagine dello Stanford Internet Observatory sulla privacy di Clubhouse

Secondo quanto appreso dall’università americana, infatti, a essere inviati sono non solo i dati personali degli utilizzatori della piattaforma, ma anche i file audio grezzi di ogni cosa che viene detta nelle stanze. Pur esistendo una crittografia a protezione dei dati, è possibile che Agora (la start-up americana con sede a Shanghai che gestisce i dati sensibili degli utenti di Clubhouse) abbia accesso anche alla relativa chiave di decrittazione, rendendola di fatto inutile. Questo solleva temi importanti non sono per la sicurezza degli utenti in sé, ma anche di conflittualità con la normativa europea per la protezione dei dati personali (GDPR). L’autorità italiana garante della privacy, inoltre, si è attivata lo scorso 8 febbraio, chiedendo risposte alla proprietà dell’app entro la prossima settimana. 

Agora si è difesa dalle accuse sostenendo che, in realtà, i dati sensibili sarebbero accumulati in un server statunitense, rendendo quindi impossibile al governo cinese accedere a queste informazioni. Da parte di Clubhouse, invece, è arrivato un ringraziamento al lavoro di Stanford. «Con l’aiuto dei ricercatori del SIO – si legge nel comunicato – abbiamo identificato alcune aree in cui possiamo rafforzare ulteriormente la nostra protezione dei dati. Stiamo implementando modifiche per aggiungere crittografia e blocchi aggiuntivi per impedire permanentemente ai client di Clubhouse di trasmettere dati a server cinesi». La nota si conclude con l’intenzione da parte dell’azienda di appoggiarsi a un’impresa esterna per verificare l’efficacia di questa misura.

Non è la prima volta che all’entusiasmo per un nuovo social network segue una polemica per la sicurezza dei dati degli utenti. Anche nel caso dell’app cinese TikTok, infatti, a una fase iniziale di euforia e di corsa all’iscrizione sono seguite forti preoccupazioni. Già nel gennaio 2020, i ricercatori di cyber-sicurezza di CheckPoint avevano individuato una grave vulnerabilità che consentiva agli hacker di intrufolarsi nei profili per rubare informazioni sensibili, modificare la privacy (da pubblica a privata, e viceversa) e postare contenuti senza autorizzazione.

Nel gennaio scorso, inoltre, il garante della privacy aveva limitato il servizio per gli effetti che questo social network poteva avere sui minori, non essendoci un meccanismo severo di controllo sull’età degli iscritti. Sebbene le criticità di Clubhouse sembrino essere meno gravi di quelle di TikTok, quanto emerso dal lavoro dei ricercatori di Stanford impone di tenere la guardia alta. Nell’epoca digitale, gli utenti tendono a sottovalutare il valore economico delle loro informazioni sensibili. Si tratta però di dati preziosi, fondamentali per le aziende, che condizionano il comportamento di Stati e imprese. Un prezzo che gli attori internazionali, spesso senza far rumore, sono ben disposti a pagare.