Esclusiva

17 Febbraio 2021
Stop allo sci, la crisi non si ferma

Il Comitato tecnico-scientifico ha deciso per la proroga della chiusura degli impianti sciistici. Ma la crisi del settore rischia di raggiungere numeri e livelli impensabili

Da una parte ci sono le varianti del Covid-19 che spingono sempre più esperti a invocare il lockdown in tutta Italia, dall’altra c’è lo sgomento del mondo dello sci, fermato a poche ore dalla riapertura almeno fino al 5 marzo. Data in cui si aspetterà un nuovo Dpcm del presidente del Consiglio Mario Draghi. Secondo i dati forniti dal Market Watch di Banca Ifis lo sci e gli altri sport invernali generano una spesa annua in Italia di circa 11 miliardi. Mentre secondo Coldiretti-Ixe in totale sarebbero almeno 3,5 milioni i fruitori mancati della stagione sciistica 2020/2021, divisi tra chi ha deciso di non prenotare alcuna vacanza a causa della pandemia e chi si è visto costretto ad annullare una prenotazione anche all’ultimo momento.

Una crisi che ha colpito alberghi, ristoranti e impianti, ma anche tutte le industrie accessorie che vivono tramite l’indotto della filiera, come le catene dei rifugi di montagna e i noleggiatori di equipaggiamento e vestiario da sci. Le categorie che avrebbero già subito dei danni ingenti sono numerose: gli operatori turistici (hotel, appartamenti, B&B, residence), maestri di sci (14mila maestri in Italia, 400 scuole, 1,7 milioni di allievi tra giovani e adulti) e tecnici responsabili della manutenzione degli impianti sciistici e infrastrutturali. A tutto ciò va aggiunto il congelamento dei 4,5 miliardi di ristori chiesti dalle regioni per il settore duramente colpito dalla pandemia.

«L’ipotesi della pericolosità delle nuove varianti del coronavirus è stata proposta con un’indagine da tutte le Regioni tra il 3 e il 4 febbraio su richiesta dell’Istituto Superiore di Sanità, il cui risultato si conosceva sicuramente almeno 5 o 6 giorni prima e non si è scoperto domenica alle 19 quando è uscita l’ordinanza» ha detto il presidente della Regione Friuli Venezia Giulia Massimiliano Fedriga. «Sarebbe stato doveroso per lo meno avere il rispetto di chi lavora da decenni nel comparto sciistico e dargli qualche giorno in più per bloccare gli ordinativi o non partire con le chiavi in mano pronte ad alzare le saracinesche – ha concluso -. E’ questo quello che contestiamo». Parole confermate anche da altri presidenti di regione come Attilio Fontana e Luca Zaia, nonché l’abruzzese Marco Marsilio.

«Avevamo tutto pronto per la riapertura» – spiega a Zeta Maxim, albergatore italo-austriaco di una piccola località sciistica della Val Di Fassa trentina – «Avevo predisposto i nuovi contratti stagionali per i giovani del posto, confermato 130 prenotazioni in albergo con tutte le spese per il cibo e gli altri servizi ai clienti. La notizia della proroga della chiusura ci ha stroncato ancora una volta, dopo una stagione da dimenticare in cui in troppi ci siamo reinventati pur di guadagnare qualcosa». E i ristori promessi? «Solo a livello locale abbiamo ricevuto piccoli aiuti, ma molti colleghi non sanno più come andare avanti. Le cifre dei ristori di novembre e dicembre sono troppo basse, a stento abbiamo potuto pagarci percentuali di tasse arretrate».

Una crisi del settore che non conosce confini regionali o di zona, tanto che anche nelle località appenniniche in Abruzzo la delusione ha raggiunto tutti i lavoratori del comparto, come Nicola, da 17 anni maestro di sci a Roccaraso, in provincia dell’Aquila. «Fortunatamente ho un secondo lavoro, ma sono tra i pochi, dato che i maestri di sci qui in primavera e estate lavorano come guide naturalistiche» – racconta a Zeta raggiunto al telefono – «Avendo tutti noi dei contratti a tempo non possiamo contare su alcun tipo di sostegno che invece hanno ricevuto altre categorie. L’inverno è sempre stato il nostro periodo forte, ma ormai questi luoghi sono diventati irriconoscibili. In troppi abbiamo cominciato a pensare che se il governo non prende delle decisioni ad hoc per proteggerci i danni potrebbero essere davvero irreversibili».