Esclusiva

5 Marzo 2021
Covid-19: In Germania oltre 1200 nuovi vocaboli per dire la pandemia

Covid-19, pandemia, Maskentrottel. A un anno dal dilagare del virus le tappe linguistiche che scandiscono il faticoso percorso della ripartenza

Quando è esplosa, la pandemia non aveva nome. E se è vero che non si conosce quello che non si nomina, sono due le date che hanno portato alla consapevolezza linguistica del Covid-19: 11 febbraio e 11 marzo 2020.

A febbraio il mondo ha negli occhi le immagini dei telegiornali, i cinesi che dalle finestre dei palazzoni affacciati su strade deserte urlano: «Forza, Wuhan». È surreale e 8000 chilometri più a ovest l’Italia non sa ancora che un mese dopo griderà a squarciagola «andrà tutto bene». Dicevamo, l’11 febbraio. Il direttore generale dell’Organizzazione mondiale della sanità Ghebreyesus annuncia che il virus chiamato provvisoriamente 2019-nCoV cambia nome. Da adesso è Covid-19. «Ora vi faccio lo spelling», assicura ai giornalisti. Poi continua: «Dovevamo trovare un nome che non fosse di un luogo geografico, di un animale, di un individuo o di un gruppo di persone». Un anno dopo, due considerazioni: no, con oltre due milioni di morti non è andato tutto bene. E sì, lo stigma linguistico permane finché anche solo una persona definisce l’epidemia «virus cinese».

28 giorni dopo, «epidemia» diventa un termine improprio. È l’11 marzo 2020 e Ghebreyesus afferma che «siamo preoccupati dai livelli allarmanti di diffusione, Covid-19 può essere caratterizzato come una pandemia». Dal greco pan, tutto, e demos, popolo. Che affligge tutti dunque, «una parola da non usare con leggerezza», ammonisce l’Oms. Il mondo travagliato dal virus muta con rapidità, occorre che il linguaggio aiuti la comprensione puntellando le tappe del cambiamento.

È quello che provano a fare al Leibniz-Institut für Deutsche Sprache di Mannheim, un centro specializzato in studi sociolinguistici. Tre studiose, Annette Klosa-Kückelhaus, Christine Möhrs e Maike Park, lavorano a un nuovo dizionario incentrato sulla pandemia. Hanno iniziato a raccogliere vocaboli con il dilagare del virus e l’idea è continuare a farlo finché non verrà debellato.

«Molte delle parole raccolte provengono da giornali, radio, televisione e social network. Un ruolo attivo però lo hanno anche i lettori che consultano la nostra lista di vocaboli», racconta Park. Chi vuole può infatti compilare un formulario e inviare al centro di ricerca la proposta di un termine. Sarà poi compito delle linguiste analizzarlo e scegliere se includerlo o meno nell’elenco consultabile online.

Siete liberi di pensare che il tedesco sia una lingua dura, ma lungi da voi non riconoscerle il dono della sintesi. Appartenendo al ceppo germanico può infatti formare composti da qualsiasi serie di nomi, un meccanismo poco presente nelle lingue romanze.

Ne è un esempio Impfneid, uno degli oltre 1200 vocaboli raccolti nella lista dell’Istituto di Mannheim. In italiano sarebbe il senso di invidia che si prova nei confronti di chi è già stato vaccinato, il tedesco risolve l’impasse accorpando due parole. C’è Abstandsbier, la birra bevuta con altri ma mantenendo la giusta distanza di sicurezza. Poi ancora Klopapierhamster (chi durante il lockdown fa scorte eccessive di carta igienica), Kuschelkontakt (una sorta di congiunto che si può incontrare nonostante il distanziamento. In tedesco però suona meglio: kuscheln vuol dire coccolarsi) e Maskentrottel, ovvero chi ancora non indossa correttamente la mascherina (Trottel significa scemo, per la cronaca). Ogni vocabolo è un piccolo capolavoro di fantasia e i neofiti del tedesco tengano a mente che poco conta la lunghezza, sarà sempre l’ultima parola del composto a dettarne il genere (sì, alla fine si impara a scegliere tra der, die, das).

«In media le parole vengono monitorate per due o tre anni prima di essere raccolte in un dizionario. Se il vocabolo è legato a uno specifico settore, lo studio può durare fino a 10 anni», dice Park. In questo caso infatti bisogna aspettare che dal linguaggio settoriale la parola passi all’uso comune. Il Leibniz-Institut für Deutsche Sprache non è l’unico a raccogliere i termini legati alla pandemia. Lo stanno facendo anche l’istituto di linguistica applicata dell’Eurac Research di Bolzano (in italiano, tedesco e ladino) e l’Instituut voor de Nederlandse Taal, il centro di linguistica olandese. Tra l’altro, proprio in Olanda la parola dell’anno è stata Anderhalvemetersamenleving (un composto che indica vivere a la vita un metro e mezzo di distanza gli uni dagli altri in tempi di Covid-19).

Un anno fa l’Europa iniziava a chiudere per la pandemia. Non è finita, ma ora disponiamo degli strumenti linguistici per affrontarla. Ideale sarebbe disporre anche dei vaccini per debellarla.

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