Esclusiva

16 Marzo 2021.
 
Ultimo aggiornamento: 17 Marzo 2021
Buoni si nasce, cattivi si diventa, il mondo secondo Rutger Bregman

Una nuova storia (non cinica) dell’umanità, il libro dello storico olandese che sfida il centenario mito hobbesiano per cui la natura degli esseri umani è cattiva, è il breviario per chi cerca conforto in tempi difficili

Altruisti, fiduciosi, si preoccupano degli altri e quasi mai desiderano divorarsi come scorpioni. Non sono creature mitologiche di favole a lieto fine ma gli esseri umani che popolano il libro Una nuova storia (non cinica) dell’umanità di Rutger Bregman, edito da Feltrinelli.

L’autore ha 31 anni, è uno storico, scrive per il quotidiano olandese De Corrispondent, ha ricevuto due nomination per il prestigioso European Press Prize e due anni fa metteva in difficoltà alcuni dei più importanti miliardari presenti al World Economic Forum 2019, denunciando l’evasione fiscale dei ricchi, «piaga inaccettabile del mondo contemporaneo».

Un mondo, secondo Bregman, vessato da un mito che dura da almeno quattrocento anni e che la sua nuova storia vuole sfatare, quello dell’homo homini lupus. La natura umana è migliore di quanto pensi la maggior parte delle persone. L’essere umano, certo lontano da una perfezione che non gli appartiene, pur con tutte le sue storture, le sue deficienze e manchevolezze, pur costruito con quello che Immanuel Kant ha chiamato “il legno storto dell’umanità”, ha le carte in regola per pensare di essere «fondamentalmente» buono.

Le radici di una natura cattiva si trovano già centovent’anni prima del legno storto di Kant. Nella lotta tra i due filosofi moderni Thomas Hobbes e Jean-Jacques Rousseau, alias Mr. Uomini Cattivi e Mr. Uomini Buoni, l’influenza ipnotica del primo aveva iniziato a dare linfa vitale all’idea di un uomo vanaglorioso per natura, ammalato e ammaliato dal desiderio di prevalere sugli altri.    

L’accorta metodologia di Bregman non solo analizza (e confuta) il pensiero della tradizione filosofica che lo ha preceduto ma a sostegno della tesi “ottimista” porta anche una serie di casi reali che smontano le teorie di stocco hobbesiano, capovolgendone il paradigma. Si dà il caso, infatti, che per l’autore sono proprio gli accadimenti della Storia a insegnare che l’uomo è buono.

Nelle pagine iniziali, per esempio, ricorda il comportamento degli inglesi durante il blitz tedesco della Seconda guerra mondiale. Gli abitanti delle terre d’Inghilterra, quando sulle loro teste piovevano bombe, non reagirono instaurando una feroce lotta di supremazia degli uni sugli altri, non si “andarono contro” ma si vennero incontro, e spesso lo fecero con quel pizzico di sottile umorismo britannico che è poi il sale della vita.

L’esempio più eclatante è però il racconto del «vero Signore delle Mosche». Nel romanzo di William Golding, i ragazzi che rimangono bloccati su un’isola tropicale cedono all’ingrato istinto della barbarie. Questo nella realtà non sarebbe successo, «È qualcosa a cui possiamo credere – scrive l’autore – non perché siamo ingenui, ma perché è successo davvero». Per dimostrarlo riporta l’esempio di un gruppo di sopravvissuti su un’isola deserta del Pacifico. Piuttosto che in un regno di furia omicida, l’isola si era trasformata nel lembo di terra dell’armonia, dove nessuno venne lasciato indietro quando una nave di passaggio trasse in salvo i naufraghi.

La cooperazione, la voglia e la capacità di aiutarsi, sono i motori che hanno spinto l’homo sapiens a divenire la specie dominante, soprattutto nelle condizioni di necessità e nei momenti più tragici della storia.

Questo e altri esempi possono non riuscire sufficienti a impalcare una tesi, tuttavia i riferimenti verificabili forniti dall’autore lo portano a chiedere “Un nuovo realismo”, titolo del primo capitolo del libro, che modelli la società intorno alla fiducia di una bontà resiliente piuttosto che alla cattiveria presunta, e addirittura Bregman allestisce un decalogo di proposte concrete e regole da seguire, per lubrificare meglio i meccanismi della mitezza umana.

Per Bregman, sono civiltà ed educazione, non la natura, a offuscare il cervello delle persone e a fargli compiere gesti scellerati. Ma gli impulsi verso il genocidio, la tortura o il totalitarismo non possono essere giustificati come una semplice aberrazione dalla bontà di fondo della natura umana. L’ottimismo dell’autore non sembra riuscire a spiegare i moventi che portano esseri razionali ad attuare efferati programmi contro gli “altri”. Quando l’odio assurge a sistema, all’uomo si richiede di compiere un salto ulteriore, lucido e consapevole verso l’abisso della propria coscienza.

Abraham Lincoln diceva: “Non mi piace quell’uomo. Devo conoscerlo meglio”. Credendo in un taglio ottimista per guidare la narrazione del futuro dell’umanità, Bregman ha scritto un testamento di speranza.