Esclusiva

19 Aprile 2021
«Se volete nutrirvi di anti-mafiosità, leggete Sciascia». Governale alla redazione di Zeta

Per il ciclo di lezioni alla Scuola di Giornalismo “Massimo Baldini”, il Generale dell’Arma dei Carabinieri, ed ex-direttore della DIA, racconta la mafia attraverso cinema e letteratura. Da Sciascia a Francis Ford Coppola

«Se volete nutrirvi di anti-mafiosità, come giovani giornalisti, dovete leggere Sciascia». Così il Generale dell’Arma dei Carabinieri Giuseppe Governale, già comandante del ROS (Raggruppamento Operativo Speciale) ed ex-direttore della DIA (Direzione Investigativa Antimafia), inizia il suo ciclo di lezioni presso la Scuola di Giornalismo “Massimo Baldini”. Passando con disinvoltura dallo scrittore Leonardo Sciascia al regista Francis Ford Coppola, il trait d’union della prima lezione è la mafia, definita come una delle tre minacce alla sicurezza dello Stato, insieme a delinquenza e terrorismo, contro cui si trovano a combattere le forze dell’ordine.

Scopo del corso è approfondire questi fenomeni, ma anche un mondo – quello delle forze dell’ordine – di cui spesso i professionisti dell’informazione non hanno una conoscenza approfondita.

Governale, nato a Palermo nel 1959, per raccontare la mafia e la mafiosità in Italia si serve di cinema, letteratura e di un linguaggio che mischia all’italiano alcune espressioni siciliane: «Per farvi calare meglio nell’atmosfera».

Come si può inquadrare un fenomeno così complesso? «Si dice che la mafia sia un fenomeno di povertà», scrisse Don Luigi Sturzo nel 1949. «Ma se così fosse, cosa andrebbero a fare i mafiosi negli appalti delle opere pubbliche, nelle anticamere delle prefetture e nei municipi?». Persino darne una definizione è difficile. Quando Luciano Leggio (meglio conosciuto come “Liggio”), boss di Cosa Nostra, venne intervistato da Enzo Biagi, alla domanda: «Che cos’è la mafia?»; rispose: «Un modo di pensare».

Un soft power senza il quale quest’ultima non sarebbe distinguibile dalle normali organizzazioni criminali. Una cultura mafiosa che, secondo il Generale, viene riassunta in maniera egregia dalla scena iniziale de Il Padrino, diretto nel 1972 da Francis Ford Coppola.

Il film si apre infatti con Amerigo Bonasera che va in udienza dal Padrino, Don Vito Corleone. L’uomo chiede giustizia per sua figlia – che ha subito un tentativo di stupro da parte di alcuni uomini – e spera di ottenerla da Don Vito, non avendola trovata nei tribunali americani. Il Padrino prima rimprovera l’uomo per non avergli dimostrato abbastanza deferenza negli anni passati, poi accetta, in cambio della sua assoluta fedeltà.

«Non è un caso che il film inizi così» dice Governale. «Cosa succede quando la giustizia seminata dallo Stato non viene percepita come tale dal cittadino?». Come a sottolineare che la mafia si inserisce nel silenzio, nell’inadeguatezza o nel vuoto lasciato dalle istituzioni, sostituendosi ad esse. «Per il mondo mafioso, se lo Stato c’è o non c’è, non fa differenza. In Gomorra non compaiono né forze dell’ordine né Carabinieri. In questo modo si racconta l’assenza delle istituzioni».

Ma puntualizza sulla rappresentazione che nei film o nelle fiction si fa dell’anti-mafia: «Quando si vedono film o sceneggiati su Totò Riina gli attori sono bravissimi, sembra di averlo davanti. Quando si rappresentano invece personaggi dell’anti-mafia sono sempre banalizzati, senza spessore né profondità».

Un posto d’onore nel corso della lezione è occupato però da Leonardo Sciascia. Governale legge in classe alcuni brani tratti da Il giorno della civetta (1961), tra cui quello sulla “linea della palma”:

«Forse tutta l’Italia va diventando Sicilia… A me è venuta una fantasia, leggendo sui giornali gli scandali di quel governo regionale: gli scienziati dicono che la linea della palma, cioè il clima che è propizio alla vegetazione della palma, viene su, verso nord, di cinquecento metri, mi pare, ogni anno… La linea della palma… Io invece dico: la linea del caffè ristretto, del caffè concentrato… E sale come l’ago di mercurio di un termometro, questa linea della palma, del caffè forte, degli scandali: su su per l’Italia, ed è già oltre Roma…».

E poi un altro, su come i mafiosi vedono gli “sbirri”, perché “sbirro” è un modo di essere più che una professione: «Noi chiamiamo sbirri tutti quelli che sul cappello portano la fiamma col V. E. […]
Ma tra loro ci sono gli stupidi, ci sono i galantuomini e ci sono gli sbirri veri, gli sbirri nati», scrive Sciascia.  


E sulla situazione della mafia oggi: «In questo periodo le mafie non sparano perché le abbiamo messe in difficoltà» dice Governale. «Hanno momentaneamente posato la pistola sul comodino ma la ‘ndrangheta è quella che ha più beneficiato della scarsa attenzione dei mass media. Cosa Nostra non ha famiglie mafiose in Belgio, a Torino o a Milano, mentre la ‘ndrangheta sì! È riuscita a replicare fuori dalla Calabria il sistema delle famiglie».