Esclusiva

Maggio 14 2022
La sfida dei sindacati ad Amazon

La nascita della Amazon Labour Union a New York è un passo decisivo ma per un’azione globale l’Europa studia l’accordo firmato nel nostro paese

Il sindacato indipendente di Amazon è realtà: il primo aprile 2022 a New York 2.654 lavoratori dello stabilimento Amazon di Staten Island hanno votato per la fondazione della Amazon Labor Union. Una battaglia avviata da Christian Smalls, ex dipendente afroamericano licenziato nel 2020 con il pretesto del mancato rispetto del distanziamento proprio mentre protestava per aumentare le tutele anticovid. Uno scontro che è solo agli inizi, visto che una settimana dopo il voto Amazon ha depositato un documento in cui contesta i risultati, accusando i vertici del sindacato e il National Labor Relations Board (Nlrb) di aver fatto pressione sui dipendenti per indurli a votare a loro favore.

Amazon Sindacato
Christian Smalls, leader della Amazon Labor Union

L’idea di sindacato entra in un magazzino Amazon

A prescindere da quelle che saranno le evoluzioni della vicenda «il fatto che nella patria di Amazon, in una città come New York l’azienda abbia aperto alla possibilità di un sindacato è comunque un passo decisivo», afferma Walter Barbieri, coordinatore nazionale del settore logistica di Uiltrasporti. Per caprine la portata bisogna tenere presente il contesto sindacale americano. La percentuale di iscritti al sindacato negli Stati Uniti nel 2021 è tornato al minimo storico del 10.3% toccato due anni prima, con una netta disparità tra il settore pubblico, dove il tasso di sindacalizzazione tocca il 33.9%, e quello privato che si ferma al 6.1%. Per fondare o aderire a una Union occorre inoltre un voto interno ad ogni singola azienda e che ha spesso esito negativo, nonostante i dipendenti sindacalizzati abbiano in media salari più alti di quelli non tutelati. Per questo è da celebrare il fatto che «perlomeno sia entrata l’idea del sindacato all’interno di uno stabilimento Amazon americano». Solo un anno fa a Bessmer, in Alabama, i sindacati avevano subito una sonora sconfitta, mentre il nuovo tentativo dello scorso 28 marzo è stato bocciato per un pugno di voti (993 no contro 875 sì).

A New York il risultato è stato netto ma non plebiscitario, con 2.131 voti contrari. Un numero che si spiega in parte con i metodi impiegati da Amazon nell’assunzione e nella gestione del personale. «La prima volta che sono entrato nel sito di Roma avevano una sfilza di guardie che controllavano chi entrava per l’assemblea», racconta Barbieri, spiegando che gran parte del personale direttivo all’interno dei magazzini è costituito da ex militari che hanno il compito di trasmettere una cultura del comando che non ammette dissensi. Una pressione psicologica molto efficace su lavoratori che per lo più hanno contratti a termine e temono di essere mandati via da un momento all’altro. Proprio tecniche simili sono quelle che hanno contribuito al plebiscito di “No” lo scorso anno in Alabama, tanto che il Nlrb ha ordinato di ripetere le operazioni.

L’Europa studia l’accordo italiano Amazon-sindacati

Bisognerà vedere se il sindacato indipendente avrà la forza per reggersi sulle sue gambe e diffondersi in altre città, ma la lotta per ottenere migliori condizioni da una multinazionale come Amazon può essere condotta solo sul piano globale e da questo punto di vista l’Italia è in pole position. «Anche da noi entrare all’interno degli stabilimenti è stato tutt’altro che semplice. I primi iscritti li abbiamo cominciati a raccogliere poco prima della pandemia, ma l’anno scorso siamo stati i primi al mondo a firmare un accordo nazionale con Amazon sull’intera filiera», ricorda con orgoglio Michele De Rose, Segretario nazionale del settore merci e logistica della Filt-Cgil. Un protocollo sottoscritto anche dal ministro del Lavoro Andrea Orlando e che include 40.000 lavoratori, considerando anche le aziende che si occupano delle consegne, su cui Amazon esercita spesso pressioni in chiave antisindacale. «Solo per inserire la parola “contrattazione” all’interno dell’accordo ci sono voluti quattro mesi, ma alla fine lo abbiamo portato a casa e ora Amazon deve accettare il confronto con noi», aggiunge il collega della Uil.

«Ci stanno chiamando da tutta Europa per parlare della “anomalia italiana”», spiega De Rose, «e attraverso la European Transport Federation e l’International Transport Federation stiamo cercando di allagare all’Europa quanto fatto in Italia». «Se i colleghi del neonato sindacato statunitense ci chiederanno una mano siamo a disposizione», gli fa eco Barbieri. L’unica strategia efficace è quella di costruire una piattaforma rivendicativa internazionale, pur tenendo conto delle differenze legislative tra i vari paesi. Piattaforma che secondo il dirigente della Cgil dovrebbe concentrarsi su tre punti fondamentali.

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Il primo riguarda l’aspetto chiave dei dati. «Ogni consegna produce informazioni su traffico, infrastrutture e territorio che possono essere utilizzate dall’azienda per ottimizzare le prestazioni». Quello che vogliono i sindacati è che di questi dati possano beneficiare anche i lavoratori in termini di riposo, sicurezza e condizioni di lavoro. A doppio filo al primo è legato il secondo obiettivo, quello di garantire «una qualità migliore di lavoro e riposo, ancor prima della classica rivendicazione salariale». L’ultimo punto riguarda ancora i dati, ma in questo caso la preoccupazione è che gli smartphone privati possano essere utilizzati per monitorare di continuo le prestazioni dei lavoratori. «In Italia siamo riusciti a bloccare un app che misurava minuto per minuto le prestazioni dei dipendenti, perché qui siamo tutelati dalla legge 300 del 1970 che vieta di utilizzare sistemi audiovisivi e digitali per controllare a distanza l’attività del lavoratore, ma so che all’estero è già utilizzata». I sindacati si vogliono assicurare che i dati raccolti non possano essere sfruttati per fini disciplinari, anche se i vertici Amazon dichiarano che servirebbero solo per migliorare le prestazioni.

La spinta sindacale non può però fare a meno di un’opera di sensibilizzazione dell’opinione pubblica. «Abbiamo chiesto all’UE di promuovere una campagna sul significato dell’ordine online», dice Barbieri, rivolgendosi a chi ordina un pacco che deve arrivare in ventiquattr’ore e a basso prezzo. «Ma i consumatori non sanno quale sfruttamento ci sia dietro. Va fatto capire che la comodità di ordinare online deve essere pagata il giusto, perché nel momento in cui ordino a prezzi stracciati il primo a rimetterci è sempre il lavoratore».