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Esclusiva

Febbraio 9 2023.
 
Ultimo aggiornamento: Febbraio 13 2023
La danza luminosa di Loie Fuller

Nella Parigi della Belle Epoque la ballerina ridefinisce un’estetica congiungendo arte e scienza. Fondamentali per lei gli incontri artisti e studiosi di varie discipline

Una ruota bianca nel buio della sala. La stoffa ruota, si dimena e man mano si colora. Rossa, verde, azzurra, arancione. Forsennata e liberatoria, la danzatrice sulla scena viene illuminata e mostrata al pubblico nel suo movimento inedito, unico.

È il 1896, Loie Fuller si sta esibendo sul palco del Folies-Bergère di Parigi. La sua arte è controcorrente, il suo corpo disomogeneo rispetto agli standard della danza di ieri e di oggi. Siamo, però, nella Parigi della Belle Époque, nella città che si avvia verso l’inaugurazione dell’esposizione universale del 1900, tutta dedicata alla luce. Fuller si inserisce alla perfezione nell’ambiente artistico della capitale francese, in cui ciò che non è conforme, è elevato dalla propria emarginazione e viene riconosciuto nella sua bellezza. Musa del pittore Toulouse Lautrec, che le dedica diverse opere, amica dello scultore Rodin, Loie intesse rapporti anche con i più brillanti scienziati del tempo. Segue le tendenze culturali, legge di psicoanalisi. Le sue danze luminose si ispirano agli studi di Jean-Martin Charcot, medico del Salpêtrière che riteneva che i corpi isterici fossero governati da un’aura interna che fuoriusciva dagli occhi, dalle dita e dalla bocca sotto forma di fasci di luci.

Quella sera del 1896 brillava dentro un abito impregnato dei sali fosforescenti di cui aveva scoperto l’esistenza sei anni prima, nello studio in New Jersey di Thomas Edison. Lo scienziato, che stava sperimentando il suo fluoroscopio, una primissima versione di quella che sarà la macchina a raggi X, prese la mano della ballerina e la mise nella scatola impregnata di sali fosforescenti: insieme la guardarono diventare traslucida fino a svanire nell’immagine delle ossa. «Edison mi spiegò che le scatole erano ricoperte di sali fosforescenti. Ho subito pensato che se avessi potuto avere un vestito impregnato con quella sostanza, sarebbe stato meraviglioso». Fuller appunta i ricordi di quello e altri incontri in alcuni scritti ancora consultabili tramite l’archivio della New York Public Library.

Loie applica un metodo scientifico allo sviluppo artistico, non si accontenta. I sali rendevano le vesti rigide e pesanti, non poteva immergerle completamente, le puntellava di luci simili a costellazioni. Ma la loro luminosità si esauriva troppo velocemente.

Nella sua continua ricerca di miglioramento si interessò al Radio, la cui scoperta era stata annunciata dai coniugi Curie che conobbe nel 1902. A loro la legarono affetto e ammirazione testimoniati dalle parole con cui li descrisse nella memoria di una giornata passata insieme nella casa di Rodin. «Questa coppia è famosa in tutto il mondo. Sono i più grandi chimici dei nostri giorni, al pari del celebrato Berthelot. In seguito il marito ci ha lasciati. Da allora è la moglie a portare avanti i comuni studi. Darei non so cosa per poter esprimere adeguatamente l’ammirazione che provo per lei».

Si scambiarono lettere, Loie Fuller e Marie Curie. Una ricca corrispondenza riguardante tematiche scientifiche. Le richieste della danzatrice di poter accedere alle sue scorte di radio, però, ricevettero sempre risposta negativa. Nonostante questo Fuller riuscì a compiere i suoi studi e in alcuni appunti sostenne che il radio, visto al buio, assomigliasse «un po’ a un pesce in decomposizione. La sua luce è di una fosforescenza smorta. Nessuno, vedendolo, si sognerebbe persino del potere di questo insignificante tubo da dieci o dodici pollici con la sua fioca luce fosforescente, ma è sempre illuminato e questa è una delle sue meraviglie! Da dove prende la sua luce e da cosa? Nessuno lo sa. Produce calore da dove? Da cosa? Nessuno lo sa. Questo è contrario alla legge di causa ed effetto. La scienza è perplessa».

Al radio comunque Fuller dedicò una danza che mise in scena per la prima volta nel 1911, in una celebrazione corporea, tentativo di rendere tangibile la bellezza estetica del pensiero scientifico.

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