Esclusiva

Febbraio 26 2023.
 
Ultimo aggiornamento: Febbraio 27 2023
L’orfanotrofio azzurro e la nuova vita di Anna e Yulia

La situazione degli orfanotrofi ucraini si è aggravata con l’inizio del conflitto, molti bambini sono scappati in Europa e attendono di poter tornare nei luoghi dove sono cresciuti

La prima volta che la signora Raffaella Buccio, commercialista cinquantenne di un paese in provincia di Avellino, ha visto Anna e Yulia non sapeva che quell’incontro avrebbe cambiato per sempre il corso della sua vita e di quella di suo marito. Quando le ha conosciute le due bambine tremavano, non si lavavano da giorni e non avevano nulla con sé oltre a un rotolo di carta igienica che tenevano nello zaino. Le due orfane di 10 anni avevano passato tutto il mese precedente chiuse nel seminterrato di un orfanotrofio di Sumy, nel nord est dell’Ucraina, una delle prime zone a essere attaccate quando è iniziata l’offensiva russa. La signora Buccio si è subito attivata per poterle accogliere in casa sua. Dopo aver firmato i documenti per diventare loro famiglia accogliente le ha iscritte alla scuola italiana, a ginnastica e nuoto. Oggi, a un anno dell’inizio della guerra, Anna e Yulia vivono ancora a San Nicola Baronia, hanno imparato l’italiano e tutti in città conoscono le gemelle eteree e biondissime che spiccano per i loro colori così diversi da quelli degli altri abitanti del paese. 

Il primo giorno Raffaella aveva paura anche solo ad avvicinarsi. Quelle due bambine non parlavano la sua lingua e avevano vissuto molto più dolore di quanto riuscisse a immaginare. Prima l’abbandono da parte della loro madre biologica, poi il periodo in orfanotrofio, la guerra e infine la fuga in Italia. Poi, piano piano, le ha conquistate a colpi di prelibatezze culinarie «grazie a me si sono innamorate della cucina italiana e hanno finalmente messo su un po’ di peso», scherza Raffaella. Ora la donna si rigira tra le mani la cartolina che le gemelle le hanno regalato a San Valentino, in cui la ringraziano per averle accolte e averle fatte sentire a casa. «Per la prima volta nella loro vita hanno potuto festeggiare il compleanno», dice Raffaella e un po’ le trema la voce. «Stiamo cercando di fare del nostro meglio e speriamo che tutto si risolva nel loro interesse. All’inizio questa doveva essere una soluzione temporanea e le bambine dovevano rimanere a casa nostra solo qualche settimana. Visto che i mesi passavano e la guerra non finiva sono rimaste». Non sono mancate, però, le difficoltà. «Durante quest’anno mia madre si è ammalata e ho dovuto cambiare lavoro. Non riuscivo più a gestire una famiglia allargata, così abbiamo fatto richiesta di spostare una delle gemelle a casa di una mia amica che fa la psicologa. Le ragazze possono vedersi ogni volta che vogliono, studiano una a casa dell’altra e possono contattare i loro fratelli che si trovano a casa di altre famiglie, qui al Sud». 

Gli orfani ucraini deportati Russia

Fino ai primi giorni di marzo del 2022 Anna e Yulia abitavano nell’orfanotrofio di Sumy insieme ad altri 24 bambini, allo staff e alla direttrice della struttura. Luoghi come quello sono molto diffusi in Ucraina. «Gli “orfanotrofi” non sono come ce li immaginiamo dall’Italia. In Ucraina capita spesso che i genitori, quando non hanno abbastanza soldi per mantenere i figli, li mandino in “internat” o in casa-famiglia, affinché possano mangiare ogni giorno e ricevere un’istruzione», spiega un portavoce di AiBi, uno dei principali enti italiani autorizzati per le adozioni internazionali, che si è occupato anche dell’emergenza Ucraina. Prima dell’invasione russa erano oltre 100 mila i bambini abbandonati e accolti nei 663 orfanotrofi del Paese. Ora la maggior parte è stata evacuata in Polonia e in Europa. Gli “internat” più vicini alle zone dove si combatteva hanno smesso di funzionare proprio nel momento in cui ce ne sarebbe stato più bisogno. Alcuni sono stati requisiti dai soldati russi e gli ospiti sono stati deportati in Russia. Un recente rapporto dell’università di Yale ha dimostrato che migliaia di bambini ucraini avrebbero subito un’adozione forzata. Le autorità russe descrivono in programma come un’ «azione umanitaria» rivolta agli «orfani abbandonati e traumatizzati dalla guerra». Come riportato dal Corriere della Sera, il gruppo di ricerca Conflict Watch, sostenuto dal Dipartimento di Stato americano, stima che il governo russo ha creato una rete di almeno 43 campi chiusi in cui più di 6.000 minori ucraini sono sottoposti a programmi di indottrinamento filorusso. 

Un nuovo inizio in Italia

Per salvare i bambini dalla guerra e dalle deportazioni molte strutture si sono organizzate con dei contatti che avevano in Europa. L’orfanotrofio di Sumy si è appoggiato ad una Onlus cattolica con sede vicino Avellino che ha organizzato il trasferimento degli ospiti, tra cui c’erano anche Yulia e Anna. Secondo i dati del ministero del lavoro e delle politiche sociali, in Italia sono presenti 5.033 minori ucraini non accompagnati, cioè arrivati nel nostro paese senza i genitori: la maggior parte, circa 4.200, sono ospitati da famiglie. Dopo i numerosi arrivi della scorsa primavera, nelle settimane successive all’invasione russa, il numero di minori ucraini è rimasto per lo più stabile. Ad oggi sono ucraini circa il 27 per cento dei minori stranieri non accompagnati presenti in Italia. La macchina dell’accoglienza predisposta per gestire l’arrivo dei profughi ucraini in Italia è stata efficiente e precisa, molto più che per altre crisi umanitarie del passato, ma nel caso dei minori non accompagnati si è trovata a confrontarsi con una realtà complessa, che non aveva considerato. «Quello che è successo nel primissimo periodo è che la maggior parte dei minori che arrivano in Italia, magari insieme a un responsabile ucraino, venivano riconosciuti come non accompagnati, anche se in realtà lo erano. A quel punto veniva assegnato d’ufficio un tutore italiano, spesso un avvocato che non conosceva i bambini e non parlava la loro lingua. Questo ha reso ancora più difficile l’integrazione. Inoltre, i tutor ucraini dovevano rinunciare ad avanzare ogni pretesa di essere riconosciuti come i responsabili dei bambini. Per questo motivo sono iniziate delle vere e proprie battaglie legali tra i gestori degli orfanotrofi e i Tribunali dei minori italiani. Spesso si è cercato di trovare un compromesso assegnando come tutore il sindaco della città italiana in cui i ragazzi venivano accolti, così che il responsabile legale fosse una persona vicina», spiegano da AiBi. 

La stessa cosa è successo alla direttrice dell’orfanotrofio dove vivevano Anna e Yulia. Il tribunale dei minori di Napoli le ha tolto la tutela legale dei 24 minori, che hanno trovato rifugio in famiglie come quella di Raffaella o in case-famiglia italiane. L’obiettivo della direttrice ora è riportare tutti a Sumy, dove la struttura non ha subito danni, per ricominciare le attività di sempre.  «Tutta questa situazione va a scapito delle bambine. Da quello che mi hanno raccontato loro in orfanotrofio si trovavano bene, ma vivere nell’incertezza non le aiuta a essere serene. Capisco le pretese della direttrice e farò tutto ciò che è in mio potere per riportarle in Ucraina, se così deciderà il tribunale», continua la signora Buccio.

Nel frattempo Anna e Yulia, vestite uguali, sorridono nella foto profilo WhatsApp di Raffaella, abbracciate alla loro nuova sorellina italiana. L’orfanotrofio dai muri dipinti di azzurro è ancora lì, nella campagna di Sumy. Le due bambine si troveranno presto, per la terza volta nella loro vita, a dover ricostruire una vita da zero. Ora, però, sono grandi e non hanno più paura. 

Leggi il nostro periodico: Ucraina • Zeta Numero 2 | Febbraio 2023