Maria Attanasio, La Rosa Inversa

All’inizio del Novecento, in un palazzo nobiliare dell’immaginaria Calacte – Sicilia orientale che richiama Caltagirone – Giacomo Flerez, ex professore di liceo, scopre una stanza segreta. Al suo interno, testi classici dell’Illuminismo, da Voltaire a Diderot, convivono con simboli massonici a lungo censurati.

Tra i materiali ritrovati emerge La rosa inversa, manoscritto autobiografico del barone Ruggero Henares, antico proprietario del palazzo. Nato nel 1743 e formatosi presso il Collegio dei Gesuiti, Henares entra in contatto con Giuseppe Balsamo –  il futuro Cagliostro – condividendo ideali libertari che lo pongono in conflitto con l’inquisitore Crisafulli.

Nel 1767, con l’espulsione dei Gesuiti dalla Sicilia, i rapporti di forza si ribaltano e Henares inaugura una stagione di rivalsa. In un clima attraversato da tensioni tra spinte riformatrici e resistenze conservatrici, fonda la loggia “La rosa inversa” – da cui il titolo del romanzo – come spazio di confronto sui temi dell’uguaglianza e della libertà, intrecciando il proprio destino con quello di Amalia, artista e amante libertina.

Sullo sfondo, lo stemma di Medusa dai capelli serpentinati campeggia sul portone del palazzo Henares, evocando storie di violenza, sangue e vendetta che attraversano il Regno delle Due Sicilie fino alla tragica rivoluzione del 1799, conclusasi nel sangue di chi aveva creduto nella libertà.

«L’abuso di potere è distruttivo (…) per il potere stesso. Lo annunzio: saranno convocati gli Stati Generali e la Bastiglia diventerà una promenade publique». E sarà la Rivoluzione.

Avvincente e coraggioso, “La Rosa Inversa” indaga le storie del passato trasformandole in metafora del presente. «Tra i pochi che hanno seguito l’esempio di Sciascia, nella narrazione di storie vere che si fanno romanzo quasi di per sé, per la loro intensità ed esemplarità», scriveva Goffredo Fofi a proposito di Maria Attanasio.

«Una Yourcenar siciliana, con i suoi labirinti, le sue stregonerie, la sua pura e scandalosa capacità di sconvolgerci»: così Nadia Terranova, sulle pagine de La Stampa, descrive la scrittrice, tra i dodici finalisti al Premio Strega 2026.

Il romanzo si configura come un invito a risalire alla radice delle cose, all’origine della bellezza dell’utopia. In un tempo in cui anche l’uguaglianza tra gli esseri umani sembra rimessa in discussione, emerge con forza la necessità di tornare ai principi dell’Illuminismo.

L’opera nasce dal ritrovamento di un opuscolo – Relazione dell’enorme delitto – tre pagine appena, con un frontespizio settecentesco, sopravvissute – insieme a parte del patrimonio librario e archivistico – all’incendio della notte di Carnevale del 1901. La scrittrice lo rinviene alla fine degli anni Novanta nella Biblioteca Comunale di Caltagirone e, partendo da quello che appare come una sorta di fake news costruita per tutelare la reputazione morale della città, immagina, quasi per ripicca, una storia illuminista ambientata nel mondo delle fraternità massoniche, impegnate nella lotta contro l’oscurantismo religioso in nome dell’uguaglianza sociale.

Attraverso questa vicenda, Attanasio costruisce un dispositivo narrativo che intreccia storia e riflessione politica, mettendo in scena il conflitto tra rinnovatori e nostalgici, tra privilegi e diritti. Calacte diventa così un laboratorio di memoria e immaginazione, un «inquietante antro della scrittura, con i suoi sovversivi fantasmi».

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