Il suono che Francesco Nava ricorda di più è la risata. Quella dei militari israeliani che l’hanno intercettato in acque internazionali sull’imbarcazione Elengi, quella del videomaker presente già sulla nave prigione per documentare «con cura e amore», come racconta a Zeta, gli abusi sugli attivisti della Flotilla, quella dei soldati che l’hanno torturato nel porto di Ashdod e nel carcere di Keziot. Una risata «sguaiata» che ha accompagnato i due giorni in cui Nava, insieme agli altri 28 volontari italiani e circa 400 internazionali della Global Sumud Florilla, è stato sequestrato e detenuto da Israele, prima di essere deportato in Turchia per poi rientrare in Italia, su spese dell’organizzazione.
L’immagine che a Nava è rimasta più impressa è quella dello spazio all’interno della nave prigione che dalle acque internazionali vicino a Gaza, dove vengono intercettati, porta gli attivisti al porto di Ashdod. «Una camera enorme, buia, con due container ai lati e al centro una piazza che veniva costantemente allagata, mentre noi venivamo costretti a stare in ginocchio, con la testa abbassata all’altezza delle caviglie, senza poter andare in bagno, bere, mangiare, e nemmeno parlare. La sensazione era di stare in un mix tra Il racconto dell’ancella e Squid Game. E a noi è andata bene: nell’altra nave-prigione il rituale era di lavare i detenuti prima di passar loro il teaser sulla testa e sui genitali».
La prima cosa che Nava sente arrivando al porto di Ashdod, e che lo accompagnerà fino al trasporto nel carcere di Keziot, è l’inno d’Israele, riprodotto nelle casse in continuazione, mentre sotto i soldati continuano a ridere. «La costante dei tre giorni di sequestro è stata la derisione. Anche i lavoratori del porto e i civili che si trovavano lì ci filmavano, ci guardavano, e indicandoci facevano dei giochini cantando in coro “everybody clap your hands”, battendo le mani». Poi, l’arrivo a Keziot. «Mi hanno perquisito di nuovo, spogliato, messo le mutande a metà altezza e costretto a fare squat». In carcere c’è una foto enorme di Gaza rasa al suolo con la scritta “La nuova Gaza”, e una televisione che trasmette a ripetizione video di case massacrate, di palestinesi uccisi. Nelle celle sono in 14 in spazi di 4 mq ciascuno, ancora inginocchiati, con colpi di arma alla testa appena provano a sollevarla, fascette che stritolano i polsi e le caviglie, le mani blu per l’assenza di sangue. «Sapevamo che l’alternativa era prendere botte, quindi abbiamo iniziato ad accettare l’umiliazione, le violenze, per preservare un minimo di dimensione umana».
Francesco Nava è un cantautore brianzolo che il 12 aprile scorso ha deciso di imbarcarsi come parte dell’equipaggio dal porto di Augusta, in Sicilia, perché «se le nostre 80 navi fossero arrivate nel punto vicino a Gaza dove l’anno scorso quelle precedenti erano state sequestrate, sarebbe stato un problema per la marina israeliana intercettarci tutti». Una motivazione sufficiente per superare le preoccupazioni che appesantivano Nava nei giorni precedenti alla partenza. «Temevo che la nostra passasse come un’azione performativa e simbolica. Ma anche i simboli sono in grado di smuovere. E poi l’umanità che ho incontrato in rotta, la comunità che si è creata, è una delle cose più belle e vive che ho mai incontrato: 500 umani uniti dalla convinzione che il dolore altrui è anche il nostro, tanto da lasciare a casa figli, coniugi, genitori, lavoro e progetti per riunirci in queste barchette fragili che si scontrano contro uno degli Stati più potenti al mondo».
I primi colpi l’equipaggio della Elengi li sente martedì 19 maggio, tre ore dopo aver saputo che le imbarcazioni più avanzate della Flotilla sono state intercettate da Israele. Tutto viene spento, per evitare di essere notati: Wi-Fi, luci, connessione. Per tutta la notte e la giornata successive navigano senza collegamento con l’esterno, nell’ombra, prima di riaprire tutto perché il rischio è troppo alto: vuol dire rimanere senza comunicazione, e quindi senza la tutela delle immagini. Ma serve a poco. La Elengi viene abbordata da due rib israeliani a mezzogiorno di mercoledì 20 maggio. «Ci hanno sparato addosso, al punto che un proiettile è passato a cinque centimetri dal viso di una di noi, e lì ci siamo fermati a prua». All’inizio Nava sente pietà, quasi compassione per i militari, che gli appaiono come dei «bambini che perdevano tempo dietro a noi. Poi, quando hanno preso il nostro medico Karim e gli hanno legato i polsi, strappato una bandiera della Palestina e legata al collo, prima di incappucciarlo, ho iniziato a provare davvero odio».
Il rientro in Turchia, e poi in Italia, avviene all’improvviso, senza spiegazioni. «Ci portano su un altro furgone, e da lì scendiamo in aeroporto, prima per Istanbul e poi per Malpensa. Solo dopo abbiamo scoperto che i voli sono stati pagati dal governo turco e dalla Global Sumud Flotilla». Al rientro a Milano non c’è nessuno ad accoglierli, ad eccezione di familiari e amici. Nessun ambasciatore, nessun rappresentante delle istituzioni, nessuna assistenza medica. «Sabato sono andato in pronto soccorso a Lecco per le fratture al collo. Dopo sette ore di attesa ho dovuto rinunciare».
«Adesso il mio unico obiettivo è continuare a parlare di questa vicenda, non spegnere le luci su Gaza. Perché quello che noi abbiamo vissuto per quattro giorni i palestinesi lo subiscono da decenni».








