«Tutto cominciò con un topo», 98 anni di Mickey Mouse

Il 15 maggio 1928 debutta al cinema il personaggio destinato a cambiare per sempre la carriera di Walt Disney
storia di topolino

Un piccolo topo tiene tra le mani un manuale di volo. Lo sfoglia in fretta, finché i suoi occhi si fermano sulla foto dell’aviatore Charles Lindbergh, l’uomo che nel 1927 ha compiuto la prima trasvolata atlantica in solitaria e senza scali. Il topo prende uno specchio, si scompiglia i peli in testa per imitare il ciuffo del pilota e decide di emularlo. Assembla così un aereo con rottami trovati per caso e sale a bordo, ma il decollo si trasforma in un disastroso schianto contro un albero.

È il 15 maggio 1928. A un anno esatto dall’impresa di Lindbergh da New York a Parigi, quel topo spericolato debutta al cinema nel cortometraggio muto Plane Crazy, durante una proiezione di prova a Los Angeles. Novantotto anni dopo, la nascita di Topolino si rivela un racconto fatto di fallimenti commerciali e straordinarie intuizioni. «È un compleanno non-compleanno, come direbbe il Cappellaio Matto di Alice nel paese delle meraviglie», spiega Federico Fiecconi, storico dell’animazione e curatore della mostra «Mickey 90. L’arte di un sogno», ospitata nel 2018 al Castello di Desenzano del Garda, in provincia di Brescia. «Topolino aveva già visto la luce almeno due mesi prima del suo esordio».


Plane crazy, il primo cortometraggio di Mickey Mouse (1928)

Tutto ha inizio il 13 marzo di quell’anno. Sul treno che da New York lo sta riportando a Hollywood, Walt Disney ha appena incassato un duro colpo: le trattative per i fondi della sua serie sono fallite e il distributore Charles Mintz gli ha portato via il suo personaggio di punta, Oswald il coniglio fortunato, insieme a buona parte dello staff. «La leggenda narra che, dalla disperazione, l’eterno ottimista tira fuori l’idea: se non è un coniglio nero, sarà un topo nero», continua Fiecconi. Un’intuizione che prende forma da un immaginario visivo ben preciso: «All’epoca il nero dominava l’animazione, basti pensare a Krazy Kat, il gatto surreale dei fumetti di George Herriman, o a Felix, il felino del cinema muto». 

Le prime tracce di questa genesi sono racchiuse in un prezioso bozzetto custodito al Walt Disney Family Museum di San Francisco ed emerso dagli archivi solo negli anni Novanta grazie a Bill Cottrell, cognato di Disney ed ex dirigente dello studio. Sul foglio, forse opera dell’animatore Les Clark, ci sono otto schizzi a matita: sette topi maschi e una femmina, la futura Minni. Due cerchi a matita evidenziano le versioni più simili a quella definitiva: muso allungato, due bottoni sui pantaloncini e sorriso arguto. 

Primi schizzi di Topolino
I primi schizzi del personaggio di Topolino (1928)

Il lavoro passa nelle mani di Ub Iwerks, socio storico di Disney, costretto ad animare di nascosto mentre nello studio si aggirano ancora i collaboratori passati sotto l’ala di Mintz. In sole due settimane, a porte chiuse, Iwerks realizza l’intero cortometraggio. «Fu un lavoro matto e disperatissimo, 700 disegni al giorno. I personaggi sono ridotti all’essenziale, ma è proprio da questo che nasce la freschezza del prodotto». 

Eppure, Plane Crazy fatica a trovare distributori. Nessuno vuole investire su un protagonista che somiglia troppo al già noto Oswald. Il primo Topolino si improvvisa aviatore in una sequenza continua di incidenti, disastri in quota e gag che, «se, per fare un gioco di parole, vogliamo affidarci a un topos cinematografico», scherza Fiecconi, «ricordano l’umorismo di Buster Keaton», l’attore e regista del muto celebre per la sua comicità fisica e impassibile. In aria, il topo cerca persino di rubare un bacio a Minni, che pur di fuggirgli si lancia nel vuoto usando i suoi mutandoni come paracadute. In quella sfrontatezza un po’ scomposta Fiecconi intravede l’anima di Walt Disney: la sfacciataggine, la curiosità, l’ostinazione di un giovane autore deciso a imporsi. Una profonda identificazione tra autore e creatura che Fiecconi tocca con mano anche nei suoi archivi privati: «Sul frontespizio di un libro custodisco uno schizzo di Topolino firmato dallo stesso Disney. È un pezzo eccezionale, dal momento che non lo disegnava quasi mai». 

Schizzo di Topolino di Walt Disney
Schizzo di Topolino disegnato da Walt Disney nel 1944 sul frontespizio del volume The Art of Walt Disney di Robert D. Feild. Credits: Collezione Fiecconi

Nel secondo cortometraggio, The Gallopin’ Gaucho, Topolino cambia registro: si atteggia a eroe impavido, sullo stile di Douglas Fairbanks, il divo dei film d’avventura dell’epoca, e si arma di spada per salvare Minni dalle grinfie di un grande gatto. Il vero successo arriva in autunno con il terzo tentativo, Steamboat Willie, che, grazie all’introduzione del sonoro sincronizzato e al celebre fischiettio del protagonista, segna la storia del cinema d’animazione. «Qui emerge la natura più chapliniana di Topolino», osserva Fiecconi. «Alla fine lo vediamo pelare patate, rassegnato a una sorte da poveretto di strada, come un vero antieroe». È questo furbetto trasgressore, così vicino alle debolezze umane, a fare breccia nel cuore del pubblico. 

La rivincita del primo volo mancato si compie nel gennaio del 1930, quando debutta la prima striscia a fumetti che riprende proprio la trama dell’aereo impazzito, forse perché per le pagine dei quotidiani dell’epoca funzionava meglio un racconto agganciato all’attualità, come la celebre trasvolata di Lindbergh, capace di catturare all’istante lo sguardo dei lettori. Saranno gli anni e i disegnatori successivi, come Freddie Moore con il corto Puppy Love, a trasformare Topolino in quell’icona pop capace di ispirare, negli anni’80, persino le maglie dello stilista Elio Fiorucci.

Una longevità ineguagliabile che Fiecconi riassume in una sola parola: armonia. Non si tratta unicamente delle forme tonde e rassicuranti del volto – un equilibrio estetico che definisce «leonardesco» per la sua capacità istintiva di rassicurare lo spettatore – ma di una profonda armonia narrativa che permette al topo di attraversare le epoche evolvendosi continuamente senza mai snaturarsi. «Una varietà di inventiva che ricorda quella di Mozart. Quando ascoltiamo i concerti del celebre compositore, c’è un’infinita variazione sul tema, unita a una riconoscibilità assoluta».

Fin dall’inizio, nelle intenzioni di Disney, quel personaggio non doveva restare confinato dentro il disegno. Un po’ come accadrà decenni dopo in Chi ha incastrato Roger Rabbit, nel finale di Plane Crazy il topo avrebbe dovuto letteralmente bucare lo schermo per ritrovarsi nel mondo reale, ma l’idea viene accantonata per i limiti tecnici dell’epoca. È un dettaglio che dice molto dell’ambizione originaria del progetto: non un semplice personaggio animato, ma una figura pensata per sconfinare, fin da subito, oltre il foglio e oltre lo schermo. D’altronde, come amava ricordare lo stesso Disney, «spero solo che non vi dimentichiate di una cosa: che tutto cominciò con un topo». 

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