La prima cosa che ha fatto quando ha varcato la porta di casa è stata sedersi a tavola e mangiare un piatto di parmigiana di melanzane. «Mia madre mi aveva chiesto cosa dovesse prepararmi per il ritorno, ci ho messo poco a pensarci», racconta Lorenzo Barone. A ventotto anni l’esploratore originario del piccolo borgo umbro di San Gemini ha appena portato a termine il suo Project Dust, un viaggio «a propulsione umana» attraverso quattro degli ecosistemi più estremi del pianeta: Sahara, Atlantico, Amazzonia e Ande.
L’obiettivo era percorrere fisicamente la via della sabbia. Ogni anno, milioni di tonnellate di polvere si sollevano dalla depressione di Bodelè – il letto di un antico lago prosciugato nel nord del Ciad – attraversano l’oceano e arrivano nella foresta amazzonica. Qui le diatomee, microscopiche alghe fossili contenute nella sabbia, agiscono come fertilizzante naturale per il suolo. «La mia speranza è che i campioni di polvere che ho raccolto vengano studiati», spiega Barone. «Mi piacerebbe se un giorno si ritrovassero le stesse particelle del Ciad nei campioni che ho prelevato in Sud America».
Leggi anche: Project Dust – La via della sabbia. Lorenzo Barone sfida l’Atlantico in barca a remi
Il viaggio inizia proprio nel pieno del caldo sahariano, dove dopo giorni di traversata Barone si ritrova completamente solo e senza scorte d’acqua. Poi è la volta dell’Oceano Atlantico. Partito a dicembre da Nouadhibou, in Mauritania, rema per 37 giorni su una piccola imbarcazione senza motore né vela. «Mi sono sentito come un prigioniero in mezzo all’acqua», ricorda. «Non avevo modo di fare due passi, ero sballottato in continuazione dalle onde». Nelle prime settimane, il mal di mare gli provoca una forte nausea che gli impedisce di mangiare qualunque cibo.
Una volta approdato in Sud America, l’oceano lascia il posto alla foresta. Per 47 giorni e oltre 4.500 chilometri, Barone attraversa l’Amazzonia in bicicletta, una di quelle «adatte solo a fare il giro del quartiere». Tra piste infangate, foreste in fiamme e distese disboscate, gli imprevisti sono una costante: il suo portapacchi che si spezza in un’area remota del Brasile, le formiche che di notte gli distruggono parte dell’equipaggiamento e i parassiti cresciuti sotto la pelle che si trova a estrarre con le sue mani.
Barone ricorda con emozione il giorno in cui tenta di navigare il Rio Jatapu, in Brasile, a bordo di una canoa. Carica la sua bicicletta, provviste per sedici giorni, camere d’aria di camion a prua e a poppa per garantire il galleggiamento e una scorta di platani e farina di manioca donati da una famiglia locale. Giusto il tempo di superare le prime rapide, poi un motoscafo lo intercetta e lo scorta nel vicino villaggio di Soma. «Non puoi proseguire, ora torni indietro», gli intimano tre uomini. I tentativi di mediazione si protraggono per giorni, ma per procedere serve l’autorizzazione dei tuxaua, i leader di nove diverse comunità indigene. La sua navigazione si interrompe lì, ma l’immagine di quel breve tratto sull’acqua gli rimane impressa: «In quei dieci chilometri che ho percorso nel fiume, con le razze che passavano sotto la mia barca, i rumori della giungla, le scimmie e gli indigeni con le piroghe, mi sembrava di essere in un film».

Lungo il tragitto, anche nei villaggi più isolati, Barone capta spesso il segnale di Starlink, il sistema di connessione internet satellitare. «Però mi sono connesso poco e ho dato assoluta priorità al viaggio. In passato, quando ho attraversato l’Africa, pubblicavo un aggiornamento anche ogni due giorni, ma sentivo di perdere la vera essenza dell’esperienza. In questo caso ho usato i social solo nei momenti morti tra una fase e l’altra».
Dalla giungla calda e umida, una lunga salita nota come “la ruta de la muerte” lo conduce verso l’aria fredda e rarefatta delle Ande. Lì Barone deve fare i conti con un’altitudine per lui inesplorata. «Non ero mai stato oltre i 5.380 metri che avevo raggiunto in India. L’acclimatamento è complesso, c’è il rischio di edemi polmonari e cerebrali». Prima di compiere la scalata finale passa una settimana a osservare attentamente le reazioni e i segnali del suo corpo. Poi, arriva la vetta del Nevado Ojos del Salado, il vulcano più alto del mondo, a quasi settemila metri. «È stato il momento più emozionante. Non tanto per aver raggiunto la cima, quanto per la conclusione del progetto. Da lì non c’erano più ostacoli, era tutta discesa verso la civiltà».

Al termine del viaggio, il suo fisico porta ancora i segni dello sforzo compiuto. «Sono arrivato alla fine che ero da buttare via», ammette sorridendo. Le gambe, gonfie di liquidi a causa dell’alta quota, gli hanno permesso di riprendere gli allenamenti soltanto da pochi giorni. In rete, intanto, c’è chi continua a ridurre i suoi viaggi a una semplice rincorsa a qualche record. Un atteggiamento che oggi Barone guarda con distacco: «Se all’inizio certi commenti mi infastidivano, adesso non ci bado più. Quando diventano volgari o insistenti, semplicemente blocco l’utente e vado avanti».
Per il prossimo anno non ha in programma nuove spedizioni continentali. Si dedicherà al montaggio di un documentario, alla stesura di un libro e ad avventure più brevi. Tra qualche giorno andrà sulle Alpi, poi una traversata sul Monte Rosa fino in Svizzera. Il suo bisogno di mettersi alla prova non si esaurisce mai. «Non so dove sarò tra dieci anni», riflette Barone. «Sin da ragazzino ho sempre cercato di seguire le mie passioni, di adeguarmi a come mi evolvevo con il tempo. Se un giorno non saranno più viaggi e avventure sarà qualcos’altro. Potrei fare il contadino, il pittore, lo scultore o qualsiasi altra cosa: non ci sono limiti».






