La pietra leccese del Castello Volante di Corigliano d’Otranto fa da quinta a una schiera di volti in bianco e nero. Camminando tra le mura delle Sale Nobili gli sguardi di ragazzi e uomini, stampati su grandi teli, emergono uno dopo l’altro, fissando i passanti. Poco distanti da loro, frammenti di carta battuti a macchina recitano espressioni come «pervertito sessuale», «rottame di giovane», «larva di corte».

Nel 1939 la Regia Questura di Catania usa questo lessico spietato per schedare quarantacinque uomini omosessuali. In dialetto etneo li chiamano arrusi e sono accusati di pederastia, all’epoca un reato contro la morale, il buon costume e l’integrità della razza. Il regime fascista punisce con l’arresto e il “confino” esclusivamente gli uomini che, nel rapporto sessuale, assumono il ruolo passivo. Gli altri non subiscono alcuna conseguenza legale, venendo comunque considerati masculi, uomini virili e aderenti all’ideale patriarcale imposto dalla società dell’epoca. Strappati alle loro famiglie senza aver affrontato alcun processo, i quarantacinque arrestati vengono spediti a settecento chilometri di distanza. La destinazione è l’isola di San Domino, nell’arcipelago delle Tremiti. Qui, assieme ad altre decine di uomini provenienti da tutta Italia, sono costretti a vivere confinati senza acqua corrente né luce elettrica. Le giornate trascorrono lente, cadenzate dall’appello quotidiano e dai rigidi controlli. Gli arrusi possono muoversi liberamente sull’isola dall’alba al tramonto, con l’obbligo di un lavoro stabile — anche se San Domino, impervia e quasi disabitata, ne offre pochissimi — ma è loro vietato fare il bagno in mare, e al calare del sole devono tornare nei casermoni, sorvegliati dai carabinieri. Rimangono relegati a lungo in questo lembo di terra pugliese. Di tanto in tanto, qualcuno di loro si spinge fino al faro, dove riesce a vivere di nascosto brevi incontri intimi con i marinai di passaggio. Così passano il tempo, isolati dal mondo, fino allo scoppio della Seconda guerra mondiale, quando vengono fatti rientrare in Sicilia per trasformare San Domino in un carcere destinato ai prigionieri politici.



A ripercorrere le tracce di questa pagina di storia è Luana Rigolli, fotografa piacentina che da tempo esplora attraverso le immagini le memorie del Novecento italiano. Il suo lavoro d’indagine prende forma in modo quasi casuale. «Tutto è iniziato nel 2019, durante uno dei miei soliti giri nelle librerie», racconta a Zeta. «Mentre curiosavo tra gli scaffali a caccia di ispirazione, lo sguardo mi è caduto su un piccolo volume scritto dai ricercatori Gianfranco Goretti e Tommaso Giartosio. Si intitolava La città e l’isola. Omosessuali al confino nell’Italia fascista. L’ho preso tra le mani e sono rimasta spiazzata: non avevo mai sentito parlare di questa vicenda. A scuola si studiano a fondo le persecuzioni del regime contro gli ebrei o i prigionieri politici, ma quasi mai quelle che hanno colpito gli omosessuali. Così ho deciso che quella storia dimenticata doveva diventare il mio prossimo lavoro fotografico».
La sua indagine parte dai faldoni dell’Archivio Centrale dello Stato. Rigolli recupera referti medici, elenchi di nomi e cartelle biografiche. Poi legge i verbali d’arresto, quasi tutti scritti dal questore di Catania Alfonso Molina. «Quei documenti non avevano nulla di oggettivo o burocratico. Erano pieni di giudizi personali». Nelle carte emergono dettagli legati alle umilianti visite mediche a cui gli arrestati venivano sottoposti per “dimostrare” la loro colpevolezza. Spesso, per accertare la pederastia passiva, i medici fascisti utilizzavano strumenti invasivi come lo speculum, trasformando il controllo clinico in una tortura istituzionalizzata. Tra i fascicoli spuntano le lettere scritte dai confinati per chiedere la grazia al Ministero dell’Interno. Rigolli ricorda con affetto quella firmata da un ragazzo di nome Alfio, di professione scultore. «È una missiva lunghissima e molto dolorosa. Alfio si lamenta del fatto che, costretto a vivere in quell’ozio forzato, sentiva che la sua creatività stava lentamente scomparendo. Per me, che mi affido alla fotografia come mezzo di espressione, è stato automatico immedesimarmi in lui. Quella lettera mi è rimasta nel cuore».

La mostra di Rigolli, L’isola degli arrusi, ha attraversato pubblici e luoghi molto diversi tra loro. Dal 2020, quando il progetto fotografico diventa mostra itinerante, gira l’Italia – a Reggio Emilia vince nel 2023 il Premio Max Spreafico al Circuito OFF di Fotografia Europea, a Ferrara arriva grazie ad Arcigay “Gli Occhiali d’Oro” – e attraversa i confini nazionali: dal Canada, con le tappe di Montréal e La Malbaie, fino al Parlamento Europeo di Bruxelles nel 2025, in occasione del Giorno della Memoria, con la cerimonia di chiusura alla presenza della presidente Roberta Metsola.
«In questi anni ho incontrato tantissime persone. Alcune conoscevano già i fatti storici o avevano letto il libro a cui mi sono ispirata, ma nessuno prima di allora aveva mai visto i volti degli arrusi», riflette Rigolli. «Poter guardare direttamente i loro occhi genera un impatto emotivo imparagonabile rispetto alla semplice lettura di un testo scritto». Nonostante il successo, l’autrice non nasconde le difficoltà incontrate: «Durante alcune esposizioni nei festival di fotografia ho sentito critiche e offese rivolte a queste persone, segno che il pregiudizio è ancora molto forte».
L’artista ha sempre desiderato riportare gli arrusi in mostra a San Domino, lì dove si è consumata la loro prigionia. Questa estate ci è riuscita, ma l’amministrazione comunale delle Tremiti le ha negato il patrocinio per l’utilizzo dei luoghi pubblici, definendo le immagini «troppo angoscianti». La fotografa è stata costretta quindi a organizzare l’esposizione all’interno di un hotel privato dell’isola. «Il giorno prima dell’inaugurazione, mentre allestivo la mostra, ero arrabbiata per questo rifiuto. All’improvviso, però, l’emozione si è trasformata in un’idea. Il giorno dopo mi sono alzata all’alba, ho preso le fotografie dei volti e le ho immerse nell’acqua. Così ho portato alcuni di loro a fare quel bagno che la dittatura gli aveva negato più di ottant’anni prima. Forse dovrei ringraziare le istituzioni per quel no, perché dalla rabbia è nata l’intuizione di riscattarli, in qualche modo, da quell’impedimento».
Ora la mostra fa tappa nel Salento, nell’ambito del progetto Visioni del Sud, dove sarà visitabile fino al 15 ottobre. Nelle sale del Castello di Corigliano d’Otranto, sui grandi teli al centro della stanza, gli arrusi continuano a guardare negli occhi i visitatori, aspettando che qualcuno, finalmente, restituisca loro quello sguardo.








