Spagna – Argentina a Campo de’ Fiori

La finale del mondiale tra bandiere, cori e tensioni in una delle piazze iconiche di Roma

«Campo de’ Fiori io non corro più, il tempo ha già sconfitto le ombre di un’età»: le parole del cantautore italiano Antonello Venditti in Campo de’ Fiori sembrano scritte per il capitano della squadra sudamericana Lionel Messi. Proprio nel cuore di Roma, infatti, migliaia di tifosi hanno scelto di riunirsi per assistere alla finale della Coppa del Mondo di calcio 2026, atto conclusivo del torneo e della carriera internazionale del numero dieci argentino.

Il bronzo di Giordano Bruno, filosofo italiano del ‘500, si staglia sulla piazza e osserva i passanti con indifferenza. Stasera ai suoi piedi non ci sono fiamme, ma tifosi. Le bandiere si muovono nell’aria calda e i tamburi scandiscono il tempo: la statua è circondata magliette, quasi tutte di colore celeste, o meglio, albiceleste.

Manca poco al fischio d’inizio: ai piedi del monumento, tra chi scatta foto e chi controlla con ansia l’orario sul telefono, Marcela aspetta con le mani strette alle braccia del marito. La donna, argentina ma residente in Spagna, spiega a Zeta: «Argentina es un sentimiento que no puedo parar, (Ndr, «L’argentina è un sentimento che non posso trattenere») sono emozionata per la coppa di Messi, è il giocatore più forte di sempre. La speranza è che possiamo diventare bicampeones (Ndr, «due volte campioni»)». Poi guarda la piazza colorata di azzurro, il viavai intorno a lei: «È strano, mi sento più a casa qui che in Spagna».

Camminando lungo via dei Giubbonari, la strada si restringe. Una macchia rossa crea un contrasto cromatico evidente: sono i tifosi spagnoli che si sono ritagliati il loro spazio fuori dal bar che fa angolo tra Campo de’ Fiori e Largo Argentina. Al bancone, un gruppo osserva lo schermo appeso alla parete. «Stasera vinciamo tre a zero, stai tranquillo». Lo dice Raquel, viene dalle Isole Canarie ed è a Roma in vacanza. Ha una collana di fiori al collo e due bandiere spagnole disegnate sulle guance, una per lato. Applaude, ride, poi si volta verso i connazionali e urla: «¡Vamos, España, vamos!».

La partita comincia e la folla si concentra sugli schermi. Bastano quattro minuti perché l’attaccante spagnolo Lamine Yamal trovi il primo spazio: riceve palla sulla destra, entra in area e calcia con il sinistro. Il portiere avversario Emiliano Martínez si allunga e blocca. Un sospiro di sollievo scaccia la tensione, la piazza torna a fare rumore. Al quarto d’ora il centrocampista argentino Alexis Mac Allister entra duramente su un rivale, ma l’arbitro Slavko Vinčić non estrae il cartellino. Dai tavoli si alzano proteste, qualche insulto, poi il rumore dei bicchieri appoggiati in fretta per non perdere l’azione successiva.

Nel bar degli spagnoli Rosario e Gustavo parlano del numero dieci argentino con timore reverenziale: «Hanno il miglior giocatore della storia, ma la partita la stiamo facendo noi. Di Messi non ti puoi fidare, se si accende è finita». Gustavo annuisce: «Stiamo giocando meglio. Se non si sveglia il piccoletto, abbiamo buone possibilità».

La ripresa arriva dopo un intervallo durato oltre 27 minuti per il primo halftime show nella storia dei Mondiali. Qualche mugugno sparso lascia intendere che l’innovazione non è stata gradita. Il commissario tecnico spagnolo Luis de la Fuente cambia progressivamente la squadra, inserendo forze fresche in attacco e a centrocampo: sono i cambi che decideranno la partita.

Messi continua a non trovare spazio. I minuti passano e la piazza, a ogni suo controllo, produce un sussulto, un’aspettativa che si spegne quando il pallone torna indietro o viene recuperato dalla Spagna. I tifosi argentini cantano e invocano il suo ingresso nella partita, quelli spagnoli rispondono con applausi a ogni possesso della squadra di casa, soprannominata «la Roja» per il colore delle maglie. La differenza tra le due squadre si vede anche sugli spalti: i tifosi argentini aspettano il guizzo di un singolo, quelli spagnoli sostengono il lavoro del team.

A pochi minuti dal triplice fischio, l’episodio: il centrocampista argentino Enzo Fernández, già ammonito, falcia il giovane difensore spagnolo Pau Cubarsí. La piazza si ammutolisce. L’unico rumore che si sente proviene dal bar degli spagnoli, dove le serrande dei negozi sono diventate tamburi. Qualcuno ride, qualcuno applaude, sono tutti in piedi. Il muro argentino sta cominciando a cedere.

In via dei Giubbonari il gol sembra arrivare prima. Il boato nasce dentro il bar e si riversa in strada. Raquel alza le braccia, le bandierine sulle guance si piegano nel sorriso. Le sedie vengono spinte indietro, qualcuno sale sui tavoli, qualcuno abbraccia il primo che trova. A pochi metri, verso Campo de’ Fiori, il rumore si spegne nello stesso istante. Le bandiere argentine restano sollevate, ma ferme. Marcela guarda lo schermo senza più stringere le braccia del marito.

Il fischio finale apre una crepa. Davanti al bar spagnolo cominciano i salti, i cori e i telefoni sollevati per riprendere la festa. A Campo de’ Fiori c’è silenzio. Qualcuno raccoglie una bandiera, altri si allontanano prima della premiazione, ma la maggior parte dei tifosi argentini è impietrita.

È in questo momento che due ragazzi cercano di farsi largo tra la folla che festeggia davanti al bar. Matteo e Martina: lui italiano, lei argentina. Raccontano che era il loro ultimo giorno insieme a Roma, poi lei sarebbe partita. Sono giovani, belli e innamorati. Prima di salutarsi e sparire tra la folla, Martina lancia uno sguardo alla folla spagnola che canta e sbeffeggia Messi: «¿Dónde está? ¡Lionel Messi! ¿Dónde está?». Il suo volto cambia.

Si china sulle bottiglie lasciate per terra, raccoglie due lattine di birra semivuote e le scaglia verso la folla, facendo il dito medio. Nessuno sembra farci caso, ma per un istante, in mezzo alla musica, si sente il rumore secco del metallo.

Venditti chiudeva Campo de’ Fiori parlando della paghetta che finiva e della paura della libertà. Anche per la piazza l’entusiasmo ha una scadenza. La premiazione continua sugli schermi, ma le strade si svuotano in fretta. I camerieri rimettono in ordine i tavoli, qualcuno resta seduto sui gradini a parlare sottovoce, le bandiere spariscono una dopo l’altra. Il bronzo di Giordano Bruno torna a osservare Campo de’ Fiori con l’indifferenza di sempre. Domani questa sarà di nuovo una piazza di turisti e romani, ma per qualche ora è stata un incrocio tra Madrid e Buenos Aires.

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