«Trump si comporta come un boss mafioso»

Intervista esclusiva al saggista Ian Buruma sulla guerra in Medio Oriente

«Trump gestisce la politica estera come un boss mafioso», così Ian Buruma in un’intervista esclusiva a Zeta definisce le contraddizioni del presidente americano. Scrittore olandese naturalizzato britannico, professore di Diritti Umani e Giornalismo al Bard College di New York – autore di OccidentalismoAnno ZeroStay Alive: Berlin 1939-1945 (ancora inedito in Italia) – analizza la guerra Usa-Iran, il movimento Maga e il ruolo delle democrazie occidentali nelle crisi di oggi. 

La gestione della guerra in Iran da parte di Trump può considerarsi una strategia coerente?

«Mi sembra l’improvvisazione di un presidente che in realtà non sa cosa stia facendo. Pensa di poter gestire la politica estera come un boss mafioso conduce i suoi affari, con minacce violente e incentivi finanziari».

L’approccio di Trump potrebbe rafforzare il regime iraniano?

«Sì. Anche gli iraniani che odiano il regime si risentiranno dei ricatti di Trump, non ultimo quello di “distruggerete la loro intera civiltà”. Inoltre, il solo fatto di riuscire a sopravvivere permette al regime di rivendicare una vittoria mentre continua a reprimere duramente la popolazione civile. Questo è ancor più vero se l’Iran riesce a mantenere il controllo dello Stretto di Hormuz».

In questa guerra la narrazione politica prevale sull’efficacia strategica?

«Sì. Ma questo è sempre stato il metodo di Trump. È un personaggio televisivo. Lo spettacolo è tutto».

L’approccio di Trump alla politica riflette il passaggio da un ordine internazionale basato su regole a un sistema più personalizzato?

«Certamente. Questo vale tanto per la sua politica interna quanto per quella estera. Fuori dagli Stati Uniti vorrebbe fare accordi con altri autocrati. All’interno ha trasformato il Partito Repubblicano in un culto della personalità».

Chi trae maggior vantaggio da questo ciclo di escalation e tregue?

«La Cina e la Russia».

Se, come ha scritto nel suo articolo Bombing for Freedom, bombardare i civili non porta mai a un cambio di regime, perché i leader continuano a fare ricorso a questa strategia?

«Perché sembra facile. Si tratta di una tattica concepita da uomini traumatizzati da una logorante guerra di trincea quale è stata la Prima guerra mondiale, durante la quale centinaia di migliaia di soldati morivano nell’arco di pochi giorni. Bombardare i nemici appariva come un metodo più rapido e meno costoso in termini di perdite militari. Oggi probabilmente i droni hanno reso obsolete sia la guerra di trincea sia i bombardamenti massicci».

Quali alternative esistono all’intervento militare per promuovere il cambiamento democratico nei regimi autoritari?

«Le democrazie possono incoraggiare le persone che vivono sotto dittature attraverso il soft power: aprendo le proprie frontiere ai rifugiati, esportando programmi educativi, ampliando servizi di informazione come il Bbc World Service ed esercitando pressioni sui regimi autoritari collegando le opportunità economiche al miglioramento dei diritti umani».

Alcuni storici hanno definito «fascista» il movimento MAGA. Ci sono elementi del trumpismo che ricordano il fascismo?

«Non parlerei di fascismo, ma ci sono alcuni echi del passato fascista: il culto della personalità del grande leader, l’indebolimento dell’indipendenza giudiziaria, gli attacchi alla stampa libera, la persecuzione degli oppositori politici e la diffusione continua di menzogne a scopo propagandistico».

In Stay Alive: Berlin, 1939–1945, il suo ultimo libro sulla Germania nazista, mostra come il potere autoritario del regime sia stato normalizzato. Vede schemi simili emergere nell’America di Trump?

«Non sono sicuro che il regime nazista sia mai stato realmente “normalizzato”. Ma gli esseri umani si adattano alla politica del proprio tempo: si conformano, tacciono quando è rischioso parlare liberamente, fanno accordi con gli autocrati, fingono che le cose negative non stiano accadendo. Tuttavia, la storia ha anche dimostrato, per esempio in Cina nel 1989, che le persone possono ribellarsi molto rapidamente quando gli si presenta un’opportunità. Ribellarsi all’oppressione fa parte della natura umana tanto quanto il conformarsi a essa».

Crediti foto: Casa Bianca

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