Amatrice, dieci anni dopo: «Il trauma non va via»

Il ricordo di Stefania Nobile, sopravvissuta al terremoto che nel 2016 colpì il Centro Italia

Amatrice, 24 agosto 2016, ore 3.36 del mattino. C’è chi dorme già da qualche ora e chi invece è appena rientrato a casa. Tra loro Stefania, residente a Saletta, piccola frazione del comune di Amatrice, in provincia di Rieti.

«Quella sera io e mio marito eravamo ad Amatrice per una festa e verso mezzanotte siamo rientrati a casa».

A Saletta le strade sono vuote e silenziose. Poi arriva un sibilo. È il primo ricordo che Stefania associa a quella notte. La scossa, di magnitudo 6 con epicentro tra Accumoli, nel Reatino e Arquata del Tronto, in provincia di Ascoli Piceno, smuove la terra. Centoquarantadue secondi sono bastati per distruggere interi paesi del Centro Italia.

Solo pochi giorni prima Stefania era stata dalla sua madrina di battesimo, che viveva ad Amatrice. «Vado da lei e mi dice: “Ma senti, Stefania, questo vento caldo? Gli alberi che si muovono?”. Non mi ha voluto dire niente per non impaurirmi. Io non ho chiesto niente a mia volta, perché non mi era venuto neanche in mente. Lei, poi, è morta lì».

A Saletta ci furono 22 vittime, il numero più alto tra le frazioni del comune di Amatrice. Stefania e la sua famiglia riescono a salvarsi passando dal balcone. Poco distante c’è il B&B “La Margherita”, costruito e arredato negli anni precedenti insieme al marito.

Saletta di Amatrice, B&B “La Margherita” crollato nel terremoto del 2016

Quella notte il B&B crolla e sotto le macerie perdono la vita tre persone e un cane, che si sommano alle altre 296 vittime del sisma. Il crollo della struttura sarà al centro di una lunga vicenda giudiziaria per accertare eventuali responsabilità della sua famiglia.

«Si sentono voci provenire da sotto le macerie, sento gli strilli di gente che è incastrata in quel che resta delle loro case. È un dramma, il paese non c’è più». A raccontare cosa fosse diventata Amatrice nelle ore successive alla scossa fu l’allora sindaco Sergio Pirozzi durante un collegamento telefonico con Sky TG24. La gente stentava a crederci.

Da quella notte sono passati dieci anni. Per Stefania, però, da lì è cambiato tutto.

Prima il trasferimento a San Benedetto del Tronto. Poi la casetta provvisoria. Le ricevute da portare negli uffici, le pratiche, le richieste. «Ti spiazza», dice. «Non è tanto il terremoto in sé, ma la botta psicologica che uno ha avuto e che si sottovaluta. Quella te la porti per sempre».

La casa di Stefania viene abbattuta soltanto nel luglio 2025. Prima di allora rimane per anni in attesa della ricostruzione. Quando arriva il momento di demolirla, racconta, dentro ci sono ancora le cose che non erano state recuperate: «Non mi hanno fatto prendere nulla». Per la demolizione, solo di una parte, spende 92mila euro.

A Saletta c’era anche un’ex scuola, ormai in disuso, diventata uno dei luoghi preferiti dai ragazzi per ritrovarsi e passare le serate. Quella notte erano lì. Quando arriva la scossa, l’edificio crolla. Le travi, cadendo, formano una sorta di riparo che li protegge e permette loro di uscire. «Si è creata una capanna, è stata la loro salvezza. Ancora oggi non mi spiego come».

Racconta anche di una ragazza che quella sera era in vacanza. Verso le due le avevano detto di tornare a casa ad Amatrice. Lei non lo fece. Poco dopo, il terremoto avrebbe distrutto proprio quella zona. «Per dire com’è il destino».

Sono passati anni. Stefania continua a parlare di case, pratiche, demolizioni e ricostruzione. Ma quando prova a spiegare cosa sia rimasto davvero della sua terra, torna alle persone e al trauma che si porta dentro.

«Ora viviamo a Roma. Io ogni tanto vorrei tornare, ma mio marito non ce la fa. Per lui quel ricordo è ancora troppo forte».

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