La guerra per la mente: disinformazione e sovranità digitale 

Un evento per discutere di guerra digitale, attacchi informatici e manipolazione delle informazioni, riflettendo sull’importanza della cybersicurezza e dell’educazione digitale per difendere cittadini e istituzioni

La guerra contemporanea non si combatte soltanto sul campo di battaglia: si combatte anche attraverso le reti digitali e le informazioni che ogni giorno raggiungono i cittadini.  È questo il tema di Guerra profonda. Hacker, bugie e l’architettura segreta dei nuovi conflitti, il libro di Arturo Di Corinto, giornalista e studioso di cybersicurezza, presentato alla LUISS in occasione di un dibattito dedicato alle trasformazioni della guerra nell’era digitale.

«La guerra profonda è la guerra che si incide nei nostri meccanismi cognitivi», spiega Di Corinto. «È la guerra che occupa lo spazio cognitivo delle persone». Si tratta di una forma di conflitto che agisce sulla coscienza e sulla capacità di interpretare la realtà. L’obiettivo non è solo colpire sistemi informatici, ma influenzare il modo in cui le persone comprendono ciò che accade e prendono decisioni. «Se tu hai un’informazione di buona qualità e utilizzi quell’informazione, farai delle buone scelte», afferma l’autore. Il tipo di informazione utilizzata diventa così un elemento decisivo per cittadini, imprese e istituzioni. 

È in questo contesto che la sovranità digitale assume un significato politico. La sovranità digitale non si limita alla gestione dei dati, ma comprende anche le macchine che li elaborano, le competenze necessarie per gestirle e le infrastrutture da cui dipendono i servizi essenziali. Un esempio è l’attacco hacker che, durante la notte tra l’11 e il 12 ottobre, ha colpito centinaia di supermercati francesi: gli aggressori hanno alterato da remoto i sistemi di refrigerazione, portando la temperatura dei frigoriferi fino a 50 gradi e costringendo i negozi a buttare grandi quantità di alimenti. Il caso mostra come una vulnerabilità informatica possa trasformarsi in un danno materiale, con conseguenze sulla vita quotidiana e sulla sicurezza della filiera alimentare.  

Di Corinto mette inoltre in guardia dai limiti delle risposte basate esclusivamente sulla verifica delle notizie dopo la loro diffusione. «Il fact checking e il debunking non sono sufficienti», avverte. Correggere una notizia falsa è importante, ma non sempre basta a raggiungere chi l’ha già ricevuta o a fermarne la circolazione. La velocità dei contenuti online e il ruolo dell’intelligenza artificiale rendono perciò necessario affiancare alle verifiche strumenti di prevenzione e una maggiore capacità critica. 

La sicurezza digitale dipende anche dalla capacità di affrontare le minacce informatiche, come ha sottolineato Bruno Frattasi, già direttore dell’Agenzia per la cybersicurezza nazionale. Queste minacce possono essere persistenti e agire sotto la soglia di un conflitto armato dichiarato. Per limitarne gli effetti non basta affidarsi alla tecnologia: servono cooperazione, capacità di riconoscere i segnali di rischio e cittadini consapevoli. I dati dell’Istat mostrano quanto il tema sia urgente: nel 2025, il 54,3% delle persone tra i 16 e i 74 anni in Italia possedeva competenze digitali almeno di base, ancora lontano dall’obiettivo europeo dell’80% entro il 2030.

La consapevolezza passa anche dalla cultura. Giampiero Cannella, sottosegretario alla Cultura, ha richiamato l’attenzione sulla capacità della manipolazione online di influenzare i comportamenti e i modelli culturali. Le piattaforme possono amplificare la polarizzazione: per ottenere visibilità, le opinioni finiscono spesso per assumere toni sempre più aggressivi, alimentando lo scontro e impoverendo il confronto. Frattasi ha evidenziato: «La tecnologia da sola non basta», sottolineando a sua volta l’importanza di fornire gli strumenti necessari per orientarsi nella pluralità delle informazioni e riconoscere i rischi online. 

Per questo, la risposta non può limitarsi alla protezione delle reti o alla correzione delle notizie false. Occorre investire nell’educazione digitale e nell’alfabetizzazione all’informazione fin dalla scuola, insegnando a verificare le fonti, riconoscere i tentativi di manipolazione e valutare criticamente ciò che si legge. La difesa dalla guerra profonda comincia anche da qui: dalla capacità di interrogare le informazioni prima di trasformarle in convinzioni e scelte.

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