Ha urlato in piazza che “la Lega ce l’ha duro”. Ha sdoganato il politico in canottiera. Ha fatto la guerra a “Roma ladrona” e dichiarato l’indipendenza della Padania. Umberto Bossi con il suo linguaggio ruvido e provocatorio ha cambiato per sempre la comunicazione politica italiana.
Il fondatore della Lega Nord si è spento a Varese all’età di 84 anni. «Bossi ci ha lasciato una grande eredità, perché è stato un innovatore. Ha capito che c’era l’esigenza di ascoltare le piazze e di fare politica in modo diverso: stando tra la gente» così lo ricorda Gemma Peri, ventunenne, vice coordinatrice della Lega Giovani Toscana.

Cresciuto in una famiglia operaia, prima della politica ha frequentato l’università senza laurearsi e poi ha lavorato come tecnico elettronico. Nel 1982 ha fondato la Lega Lombarda e nel 1987, dopo essere entrato per la prima volta a Palazzo Madama, è diventato per tutti il “Senatùr”. «La sua scomparsa tocca profondamente sia noi giovani militanti sia i veterani del partito. È stato il nostro fondatore, il nostro caposaldo».
Negli anni ’90 la Lega diventa una forza di governo e il movimento guidato da Bossi entra stabilmente nel panorama politico nazionale. Inizia così la battaglia per il federalismo e per una maggiore autonomia fiscale dei territori. Bossi diventa ministro delle Riforme nel primo governo Berlusconi, un’esperienza che durerà però soltanto otto mesi. In quegli anni il leader leghista costruisce anche un rapporto diretto e quasi rituale con la base del movimento: ogni anno migliaia di militanti si ritrovano a Pontida per celebrare l’identità della Lega e il progetto politico della Padania.
La sua carriera politica svolta nel 2004, quando viene colpito da un grave ictus che ne segna la vita pubblica. Nonostante le difficoltà fisiche, Bossi continua a restare una figura centrale per il movimento. Nel 2012 lascia però la guida della Lega Nord dopo lo scandalo sui fondi del partito, aprendo una nuova fase nella storia del Carroccio. Da quel momento il suo ruolo diventa sempre più simbolico, ma per molti militanti resta il fondatore e il punto di riferimento di una stagione politica che ha cambiato il linguaggio e le priorità della politica italiana.
La Lega di Matteo Salvini è molto diversa da quella che Bossi aveva fondato. Ha lasciato il dialetto dei comizi e i simboli della Padania per rivolgersi a tutta l’Italia. «Sicuramente il partito ha subito una trasformazione, questo è logico, perché i tempi cambiano e bisogna stare al passo. Ma non ci siamo distaccati poi tanto dalle idee fondanti, come per esempio quella dell’autonomia» spiega Gemma Peri.

Con Matteo Salvini sono cambiate le alleanze e la linea politica. Il rapporto tra lui e Bossi era teso da molto tempo. L’ultimo incontro risale al 2024, quando Salvini gli citofonò dopo mesi di incomprensioni sebbene avesse dichiarato che non c’era mai stata nessuna guerra. Oggi il leader del Carroccio lo saluta con un post su Instagram: “Ciao, Capo. A Dio”.
«Il grande insegnamento che ci ha lasciato Umberto Bossi è quello di avere sempre coraggio, di mettere il cuore e la passione in tutto ciò che si fa. Credo che sia stata questa la vera chiave del suo successo politico: fare le cose a testa alta, essere un po’ divergenti, un po’ controcorrente» conclude Gemma parlando dell’eredità che la generazione z di militanti leghisti ha ricevuto dal loro fondatore.
Domenica 22 marzo 2026, a Pontida, si svolgeranno i suoi funerali alla presenza della presidente Meloni. Un momento di raccoglimento voluto dalla famiglia per “condividere l’ultimo passaggio con il popolo della Padania e la grande famiglia della Lega”.








