La sfida dei giovani serbi per rinnovare la politica

Due studenti raccontano il movimento nato dopo il crollo della pensilina a Novi Sad

Era il primo novembre 2024. A Novi Sad, in Serbia, cadeva una pioggia leggera. Alla stazione le persone aspettavano i treni trovando riparo sotto una pensilina. Alle 11.52, in pochi secondi, la tettoia ha ceduto, piegandosi su sé stessa e schiacciando chi si trovava sotto. Sedici morti, tra cui un bambino di sei anni. Dalla tragedia è nata una mobilitazione studentesca che alle ultime elezioni comunali ha raggiunto il 30% dei voti in alcuni distretti.

Agli occhi di molti, l’incidente è il riflesso di un sistema corrotto consolidato sotto la guida del presidente Aleksandar Vučić in cui appalti, responsabilità e controlli presentano ampi margini di opacità. Nei giorni successivi all’episodio, è emerso che la stazione era stata ristrutturata nell’ambito di un progetto finanziato da un mix di fondi pubblici e investimenti stranieri, tra cui quelli legati alla cooperazione con la Cina. La pensilina crollata, a causa di mancate verifiche strutturali, è diventata lo strappo necessario per portare alla luce il peso della malagestione sulla cittadinanza.

Nelle università serbe ha iniziato a prendere forma una mobilitazione: occupazioni, assemblee, blocchi e manifestazioni. Una corrente senza una leadership riconosciuta ma con una diffusione rapida, capace di estendersi da una facoltà all’altra. Come spiega la sociologa Asia Leofreddi, nelle prime fasi «la mobilitazione non si è strutturata attorno a un progetto politico definito», ma si è concentrata su richieste generali rivolte al governo, in particolare sulla necessità di ristabilire condizioni minime di legalità.

Nel giro di pochi mesi, la risposta a un evento specifico si è trasformata in un’ondata di manifestazioni più ampia, capace di portare in piazza centinaia di migliaia di persone. «Non era più sufficiente rimanere sul piano delle richieste», osserva Leofreddi: «L’idea era estendere le pratiche di democrazia diretta sperimentate nelle università e spostare la sfida sul piano istituzionale, chiedendo elezioni anticipate». È qui che emerge la prima frattura interna. Il movimento inizia a cambiare: un anno e mezzo dopo non è più soltanto di protesta.

Alle elezioni comunali del 29 marzo 2026, per la prima volta, sono comparse liste studentesche. Un passaggio significativo che segna l’ingresso, ancora incerto e problematico, in uno spazio istituzionale fino ad allora rifiutato. Più che un semplice appuntamento elettorale, il voto è stato percepito come un banco di prova: un modo per capire se il percorso avviato si è tradotto in consenso reale.

In un contesto in cui la correttezza dello spoglio è da anni oggetto di contestazioni, il Partito progressista serbo di Vučić ha vinto in tutti e dieci i comuni. In alcune aree, però, gli studenti sono arrivati a contendere la vittoria ai candidati di governo.
«Credo in loro, ma capisco perché le persone siano diventate scettiche», spiega Nadja, che della mobilitazione ha fatto parte fin dall’inizio. «Molti pensano che non sia successo nulla in un anno e mezzo. Ma non è vero: sono successe molte cose», aggiunge, chiarendo che da quando lavora come giornalista si è progressivamente allontanata dal movimento. Secondo lei, il cambiamento richiede tempo. «Le persone vogliono risultati profondi subito, ma non è possibile. Anche perché i manifestanti sono giovani e non hanno esperienza politica», spiega, convinta che a tenere insieme la contestazione «ci sia un grande gruppo di persone che ha molto sostegno».

Una lettura diversa è quella di K., studente che ha preferito restare anonimo. Per lui il problema è il contesto: «In Serbia nessuno crede davvero ai partiti. Ogni governo che si è succeduto è diventato corrotto e non ha mantenuto le promesse». La sfiducia è generalizzata e coinvolge anche l’opposizione: «Alla fine votare diventa un calcolo di opportunità. Io non mi fido di nessuno. Non voto».

In questo scenario, secondo K., anche il movimento studentesco, per il solo fatto di aver sfiorato la politica istituzionale, rischia di perdere la propria credibilità: «Non penso che sia già degenerato. Il problema è che anche le persone con buone intenzioni finiscono per unirsi al sistema».

Secondo la lettura di Leofreddi, le mobilitazioni nate a Novi Sad non sono una forza ideologicamente definita, sono «l’apertura di uno spazio nuovo per la politica». Il nodo più difficile da sciogliere non è se il movimento riuscirà a cambiare un Paese nelle mani di Vučić, ma se in Serbia sia ancora possibile credere nella politica.

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