Scomodo. Il giorno dopo la morte del Papa molti giornali lo salutavano così. Il Papa scomodo. La rivoluzione Bergoglio era iniziata ancor prima che, il 13 marzo 2013, il neoeletto pontefice si affacciasse dalla loggia centrale di San Pietro. I cardinali riuniti in conclave rompevano con il passato e davano al mondo il primo papato extra-europeo. Una rivoluzione proseguita fino all’ultimo giorno di lavoro, con Francesco che se ne andava il lunedì dopo Pasqua, dopo aver salutato una folla più silenziosa del solito. Quale patrimonio, politico, pastorale e comunicativo, lascia il vescovo di Roma e di Buenos Aires a un anno e a un Papa di distanza? Per rispondere Zeta si è rivolta a Piero Schiavazzi, docente di geopolitica vaticana – unica cattedra al mondo – all’Università Link e giornalista firma di Limes e Huffington Post.
Prima la comunicazione. Francesco è stato un Papa che si è sempre prestato al contradditorio, che parlava con una «prosa creativa, esistenziale, che somiglia a certe cattedrali argentine, dove si integrano la razionalità gesuitica e l’istinto indigeno; un’architettura barocca, fantasiosa» del linguaggio, che era «pieno di metafore: era difficile che Bergoglio parlasse senza metafore». «Le frasi di Bergoglio mettevano le ali», aggiunge. Una comunicazione peculiare sia per parlare al mondo sia per parlare ai suoi: «Per stigmatizzare i difetti di Curia Francesco usava un lessico fascinante, pieno di neologismi». I peccati commessi in ambiente curiale erano da lui ascritti all’alzheimer spirituale, per fare un esempio.
Poi la geopolitica. Pur non essendo requisito fondamentale per l’elezione di un Papa, l’avvento di questa nuova scienza ha introdotto nella lista di caratteristiche da ricercare in un potenziale candidato anche quella di essere un leader. Il diritto canonico richiede soltanto «che sia in grado di governare la Chiesa; un pastore universale. Poi però questo pastore universale si trova a dover essere anche leader globale». Al momento dell’elezione Francesco non era ancora un capo, ma «il conclave riteneva che in quel momento fosse il più idoneo» a diventarlo «una volta concluso il rodaggio iniziale». Bergoglio il suo rodaggio lo termina a sei mesi dall’elezione. Nel settembre 2013 il presidente degli Stati Uniti Barack Obama aveva preannunciato un attacco contro la Siria, il cui presidente Bashar al-Assad aveva usato armi chimiche contro alcuni oppositori politici a Ghūta, un sobborgo di Damasco. «Come Trump vuol far saltare gli iraniani, Obama voleva far saltare il palazzo presidenziale. Bergoglio si mette di traverso e – fatto senza precedenti – scrive a Putin. Gli americani rimangono molto sorpresi dalla disinvoltura di questo Papa, che dimostra di essere un Papa non atlantista. Il suo riferimento non è l’America, fa politica a tutto campo», spiega Schiavazzi.
Infine le riforme. «Quello che rimarrà di Bergoglio non è la riforma della Curia, che probabilmente questo Papa ritoccherà». Dopo le varie Vatileaks e scandali che avevano colpito il papato, Francesco crea un nuovo sistema di governo in cui a ogni competenza ne viene affiancata un’altra, alternativa, che «in qualche modo si controllano a vicenda». La vera riforma è piuttosto il fatto che Bergoglio «ha operato la più grande redistribuzione di potere tra città, nazioni e continenti nella storia della Chiesa». Se il Papa lo elegge un circolo a numero chiuso di 120 persone – i cardinali – è chiaro che «questa coperta, se la tiri da una parte in senso geografico, scopri dall’altra. Tu capisci che politica sta facendo il titolare dalla direzione in cui tira questa coperta». E Francesco l’ha tirata verso l’Asia. Concedendo rappresentanze in conclave, cardinali con diritto di voto, a Stati come la Mongolia, Singapore, il Pakistan, la Thailandia e altri, in cui il peso dei cattolici sul totale della popolazione oscilla tra lo 0 e il 5%, il pontefice sudamericano si era reso conto che, siccome nel terzo millennio il baricentro economico e demografico si è spostato in Asia, «o la Chiesa sta lì o sarà periferica rispetto al mondo». Bisognerà vedere se Leone XIV condivide o meno la consapevolezza che ha guidato molte delle scelte del suo predecessore.







