È la mattina del 4 giugno 1944. In via Tuscolana, a Roma, le persone sono già in strada. Dietro le tapparelle socchiuse di una finestra, un uomo osserva di nascosto ciò che sta accadendo. I soldati tedeschi sfilano veloci per abbandonare la città, con armi e bagagli. Poco distanti da loro, le persone li guardano allontanarsi. I nove mesi di occupazione nazifascista stanno finendo, ma nessuno osa ancora crederci. A registrare quegli istanti, con una piccola cinepresa amatoriale da 9,5 millimetri stretta tra le mani, è Adriano Agottani, un impiegato del Comune.

Per più di settant’anni, la pellicola è rimasta chiusa in un cassetto. Nel 2018 Giacomo di Carmine, genero del cineamatore, la consegna alla Fondazione Home Movies – Archivio Nazionale del Film di Famiglia di Bologna, che dal 2002 si occupa di recuperare e salvaguardare il patrimonio cinematografico privato.
Il materiale arriva in archivio all’interno di una scatola. «C’erano diverse bobine, persino da cento metri, avvolte su loro stesse, prive del supporto che di solito le tiene insieme», racconta Mirco Santi, regista, co-fondatore di Home Movies e responsabile del restauro. Alcune pellicole, un mix di stampe negative e positive, erano state giuntate in maniera artigianale con del nastro isolante, rendendone impossibile la proiezione: «Abbiamo dovuto smantellare le giunte piegate, ormai in condizioni critiche, per ripulire il materiale, riordinarlo e riportarlo su bobine adeguate». La post-produzione richiede poi un confronto sullo schermo per distinguere i fotogrammi originali dai duplicati. «Dopo una prima scansione di accesso nel 2019, nel 2023 abbiamo utilizzato una macchina più performante, in un’ottica di vera e propria preservazione digitale», precisa Santi. «È stato un passaggio fondamentale, che ha fatto emergere dettagli che inizialmente ci erano sfuggiti».
Il lavoro di ricerca storica è affidato a Elena Pirazzoli, consulente di Home Movies, affiancata da Carlo Gentile, docente all’Università di Colonia ed esperto dell’occupazione tedesca in Italia. È lui a rintracciare il diario di un ufficiale nazista che descrive le ore concitate di quella domenica mattina. Incrociando le annotazioni con le mappe, il team riconosce i luoghi esatti delle inquadrature, scoprendo inoltre che l’uomo filma la strada da tre palazzi diversi, muovendosi tra via Tuscolana e via Appia Nuova.
«Nella prima parte della bobina Agottani gira di nascosto, dietro gli scuri della finestra, per paura di farsi notare», spiega Pirazzoli. «L’eccezionalità del documento sta proprio qui: tutti sono capaci di riprendere l’arrivo degli alleati, mentre lui filma i tedeschi che escono dalla città. Avendo a disposizione una macchina così piccola, riesce a registrare immediatamente ciò che ha davanti agli occhi, come facciamo noi oggi con i nostri smartphone». Poi, aggiunge Santi, «le inquadrature si fanno più convulse e concitate. Agottani intuisce che sta succedendo qualcosa di inedito». Quando trova il coraggio di scendere in strada, il suo obiettivo cattura i volti dei passanti: non c’è ancora gioia nei loro sguardi, ma un senso di smarrimento. «La pellicola documenta quell’istante di sospensione in cui un’intera città si chiede se l’occupazione sia finita davvero», spiega Pirazzoli. L’atmosfera cambia solo con l’arrivo dei primi blindati angloamericani. La gente si riversa sui viali: c’è chi sventola fazzoletti, chi sorride alla cinepresa, chi si arrampica sui mezzi militari.

Il giorno successivo la Capitale è ormai travolta dalla festa. Camion e carri armati alleati attraversano i rioni storici, da piazza San Giovanni in Laterano fino all’Altare della Patria. L’obiettivo di Agottani però non distoglie lo sguardo dalle ferite ancora aperte della città. Si sofferma sulla facciata del palazzo di via Tasso che per mesi ha ospitato il carcere della Gestapo, la polizia segreta del Terzo Reich. Nelle celle ricavate dagli appartamenti erano stati rinchiusi, interrogati e torturati centinaia di detenuti: partigiani, ebrei, intellettuali, chiunque fosse sospettato di opposizione al regime. Molti di loro sarebbero stati poi fucilati alle Fosse Ardeatine, il 24 marzo 1944, nell’eccidio in cui le SS uccisero 335 civili e militari italiani in rappresaglia per un attentato partigiano. Ora, davanti a quell’edificio, la vita ha ripreso a scorrere: le persone passeggiano, girano in bicicletta, mentre sullo sfondo gli appartamenti dell’ex prigione iniziano a riempirsi di sfollati in cerca di un riparo. Il filmato si chiude scivolando tra le macerie di Porta Maggiore, dove i civili camminano in mezzo alle case sventrate dai bombardamenti.
In queste inquadrature grezze, catturate in strada, sembra quasi di scorgere un’anticipazione spontanea di quel Neorealismo che di lì a poco avrebbe portato sul grande schermo la cruda realtà dell’Italia postbellica, come farà Roberto Rossellini con la pellicola simbolo Roma città aperta. È proprio questa urgenza narrativa, priva di filtri, che dà forma a La liberazione, un film di famiglia, il documentario prodotto da Home Movies e presentato il 25 aprile 2025. Un’opera corale che cuce insieme, in ordine cronologico, decine di riprese amatoriali realizzate nella penisola tra il 1943 e la fine della guerra.
I tredici minuti girati da Agottani diventano così un mosaico visivo fatto non di immagini ufficiali, ma di sguardi, strade, attese e piccoli gesti. «Le testimonianze più autentiche e potenti sono sempre quelle fatte da chi la Storia l’ha vissuta sulla propria pelle», conclude Santi.








