Le dita stringono la caffettiera, poi si aprono lente per piegare con calma e accuratezza il bucato stipato sulle sedie della cucina. Lo sistemano sul tavolo, spostando una vecchia copia della Settimana Enigmistica, riempita dal tratto leggero della matita. I polpastrelli risalgono poi lungo la curva bassa della montatura ambrata, aggiustano gli occhiali e raccolgono la chioma di capelli ormai argentata. Molti anni fa, quando il Paese era attraversato dalla Seconda Guerra Mondiale e dal fascismo, quelle mani tenevano un cesto di vimini. Dentro, vestiti o viveri. Lo trasportavano da una casa all’altra, nelle campagne di Soriano nel Cimino, piccolo comune della provincia di Viterbo, a nord del Lazio.
«Mio padre ci chiamò e ci disse: -Queste sono povere persone che non hanno niente, noi li stiamo salvando, c’è bisogno di portare loro quello che gli serve, però voi ricordatevi che non dovete mai dirlo, a nessuno, se per caso lo fate, se si viene a sapere qualcosa, ci fucilano tutti. – Ed io, piccola come ero, ho vissuto con il peso di non poter rivelare a nessuno un segreto così importante».
Costanza David è nata l’11 giugno del 1936 e nel 1944 aveva otto anni. I capelli biondi e gli occhi azzurri, in qualche modo, la rendevano meno sospetta. Il padre, Settimio David, nato il 7 giugno del 1891, fu impegnato nella Resistenza e, dopo la liberazione, sindaco. Ospitò diverse persone e venne arrestato più volte perché si rifiutava di aderire al Partito Nazionale Fascista.
«Noi ci ritrovammo con cinque inglesi, cinque disertori italiani, sei messicani, otto russi e alcuni ebrei che si rifugiarono in un piccolo casolare di nostra proprietà vicino alla strada provinciale, ma molto pericoloso perché fiancheggiava la strada dove sostava l’autocolonna tedesca con mezzi pesanti e jeep. Queste persone dovevano mangiare, resistere, ma far portare loro il cibo o ciò che gli serviva da degli adulti, sarebbe stato più pericoloso. Per questo prima venne incaricato mio fratello, tredicenne, poi mio padre capì che anche io, più piccola, mi ero accorta della loro presenza e potevo essere utile. Tutti i giorni andavo, c’era un suono convenzionale e loro aprivano la porta, mi abbracciavano perché io ero una bambina e gli ricordavo le loro sorelle o figlie. Mi intrattenevo qualche ora con loro e poi tornavo a casa».
Sul palmo Costanza regge un plico di carte che serve per ricostruire i ricordi di quegli anni: «Non abbiamo saputo più niente di loro, di questa esperienza è rimasto un Attestato del Generale Harold Alexander, Comandante Supremo delle forze armate del Mediterraneo, in cui ringrazia mio padre per aver salvato quelle persone. Ci sono dei frammenti del suo diario che ricordano l’aiuto agli inglesi e una lettera di cinque ex militari arruolati involontariamente coi francesi».






Settimio era un uomo «nato nell’Ottocento, d’altri tempi, ma con un grande sguardo al futuro», accanto al quale la moglie Gesuina Purgatorio ebbe un ruolo importante ma anche difficile per i figli. Quando il fratello di Costanza, Spartaco, doveva andare a scuola, il padre non voleva che indossasse la divisa fascista, ma Gesuina temeva per la sua incolumità. Così usciva di casa in abiti civili e in una bottega vicino al complesso scolastico si cambiava.
«Mia madre lo vestiva da questa sarta, moglie di un fascista, ma cosa poteva fare? Ricordo quanto mio Padre tenesse alla storia, spesso si arrabbiava perché a scuola non si insegnava la vera Storia, ma propaganda: i testi si intitolavano “Vinceremo” o “Combattiamo” e descrivevano una realtà in cui tutto andava bene».

Costanza e Spartaco David ebbero un percorso scolastico discontinuo a causa della guerra, tra bombardamenti e sfollamenti. A Soriano nel Cimino, come altrove, la scuola fu spesso interrotta. La loro formazione si svolse in condizioni di emergenza, nel contesto dell’impegno antifascista della famiglia:
«In quel periodo tutti erano tesserati al Partito Fascista perchè la tessera consentiva di lavorare e viaggiare. Lui non l’ha mai voluta, consapevole delle conseguenze di questa scelta. Nella sua carta d’identità c’era scritto “pericoloso in linea politica”. Significava che qualsiasi manifestazione ci fosse, in tutta Italia, il fascismo imprigionava i dissidenti, così il regime stava tranquillo che non ci sarebbero stati disordini. Molto spesso quindi, in modo preventivo, era imprigionato dappertutto, in varie carceri, Perugia, Spoleto, Roma Regina Coeli, Soriano nel Cimino».
Le mani prendono la fotografia del padre Settimio incorniciata e posizionata sopra la mensola del camino, mentre Luca, il nipote, passa per darle un bacio sulla guancia e portare fuori il cane Locky. Mentre tiene il quadretto tra le mani ricorda tutte le volte che veniva arrestato e la difficoltà che ha provato la famiglia nel perdere tutto e vivere senza risorse: «Veniva tolto alla famiglia, priva del suo affetto e del sostentamento che veniva dal suo lavoro. Ma lui faceva quello in cui credeva».
Dopo un momento di silenzio, nonostante la voce roca e gli occhi lucidi, Costanza accenna un sorriso: «Quando andava in prigione non si faceva vedere triste, né sottomesso, era spavaldo perché le sue idee erano importanti. Da musicista, suonava il flicornino in banda, cantava e fischiettava le arie delle opere. Gli altri carcerati lo sentivano e dicevano: -È arrivato Settimio! -. Questi ’soggiorni’ duravano qualche giorno, qualche settimana, un mese, ma ci fu una volta che per molto tempo non tornò a casa».



Gesuina, preoccupata per le continue assenze del marito e per le difficoltà sempre più pesanti che ricadevano sulla famiglia, arrivò a scrivere al Duce, tramite prefetto e questore, nel tentativo disperato di avere almeno una certezza sulla sua sorte: «I termini erano questi (dice Costanza leggendo la carta della madre) – Mio marito è la persona più buona e caritatevole della terra, ma se voi ritenete che sia così pericoloso per la vostra vita e per le vostre idee, allora tenetelo in prigione ma fatecelo sapere, così la sua famiglia si regolerà – ». La lettera arrivò davvero e da allora non lo arrestarono più, anche se lui continuò il suo impegno.


Il ricordo del bombardamento apre un’altra fase: «Noi fummo colpiti il 5 giugno 1944 alle 19:20, in un piccolo paese come il nostro morirono duecento persone. Nelle cantine, nei garages che erano i nostri rifugi, vi furono molte vittime. In seguito ci siamo posizionati sotto le gallerie ferroviarie che attraversano il paese, mentre i tedeschi si ritiravano, incendiavano e uccidevano. Una volta vedemmo la scuola in fiamme, era un edificio bellissimo, forse il più bello della nostra Provincia, voluto fortemente da mio padre, realizzato nel 1921 quando era vicesindaco». Settimio David era stato vicesindaco socialista nel 1919 e, successivamente, comunista nel 1921.

Dopo la Liberazione, diventa sindaco di Soriano e pensa subito al bisogno di ricucire insieme una comunità segnata dalla guerra. La strada della Faggeta diventa un’opera concreta per rompere l’isolamento, creare possibilità e dare futuro. Dopo la sua costruzione, nonostante le grandi difficoltà, per raggiungere la Selva Cimina bastavano circa centottanta minuti, un tempo che prima era impensabile. Un vecchio articolo del Corriere della Sera a cura di Ugo Martegani lo racconta con lucidità.
«Una volta diventato sindaco, anche chi era stato fascista poteva tornare a casa. Mio padre firmava i permessi, si impegnava perché potessero essere visitati dalle famiglie. Non ha mai cercato vendetta. Le sue idee politiche non hanno mai smosso la sua umanità. Dedicava loro la stessa cura con cui magari si era occupato dei rifugiati gli anni precedenti. Mia madre, io e mio fratello facevamo fatica a comprendere».


«Mio padre conobbe tra i partigiani anche Sandro Pertini che, quando venne eletto Presidente della Repubblica, diede un esempio di semplicità e umanità. Si dice che un giorno invitò gli uomini della sua scorta ad entrare in Quirinale e li invitò a presentarsi. – Tu da dove vieni? – , disse. – da Soriano – , rispose uno di loro. E il Presidente: – Io ho conosciuto un grande uomo, era di Soriano: Settimio David- ».
Per molto tempo Costanza non lo capì, arrivò anche a essere arrabbiata con lui, per tutto quello che avevano subito, per le proprietà perdute, per le difficoltà che avevano segnato la famiglia e per una madre, Gesuina, sempre preoccupata; eppure oggi ne va fiera, con la consapevolezza di non avergli «mostrato abbastanza gratitudine e riconoscenza. Se fosse vissuto oggi, ci avrebbe insegnato qualcosa di moderno, perché aveva una mentalità aperta al nuovo, era curioso, l’unica cosa ferma erano i suoi ideali di giustizia, libertà, umanità».

La figlia di Settimio a giugno compirà novant’anni, ma rimane vivida la sensazione che ha provato il 25 aprile del 1945, quando finalmente ha potuto dire alle sue amiche che aveva aiutato quelle persone: «Mi sono tenuta questo peso con difficoltà fino alla Liberazione: finalmente arrivarono i camion da Orte, i militari e civili da noi rifugiati uscirono, li aiutammo a salire sui mezzi e li salutammo, quella fu l’ultima volta che ci vedemmo. Io lanciai loro delle rose, era il periodo della fioritura. Subito corsi affannosamente verso le mie amiche dicendo: -Vedete quelli, quei soldati? Stavano da noi, io gli portavo da mangiare!»
In cucina l’acqua bolle e Costanza impugna un coltello per tagliare i pomodori da mettere nell’insalata. I nipoti stanno per arrivare per il pranzo. La guerra è lontana, ma non è scomparsa. Sta tutta lì, in quelle mani.








