Un attacco suicida al cuore del potere. L’attentatore guida un veicolo carico di esplosivo, lanciato a tutta velocità contro la residenza del generale Sadio Camara, a Kati, città-guarnigione alle porte della capitale Bamako, nel sud-ovest del Mali. L’esplosione rade al suolo la casa, scatta un conflitto a fuoco. Il ministro della Difesa non muore sul colpo; spirerà poche ore dopo, sul letto di ospedale, a causa delle ferite riportate. Il giorno dopo, domenica 26 aprile, il portavoce del governo si presenta in televisione per annunciare il decesso.
I ribelli hanno preso d’assedio diverse città, colpito infrastrutture strategiche, ucciso un politico di rilievo: la giunta che governa il Mali vacilla, ha perso il controllo di aree e porzioni di territorio. Non è soltanto un episodio locale, ma un colpo all’influenza della Russia sulla regione.
Il Sahel è una fascia che corre sotto il Sahara, dall’Atlantico al Mar Rosso: oltre al Mali, ricongiunge Niger, Burkina Faso, Ciad, Mauritania e Sudan. Secondo il Global Terrorism Index 2025 è l’epicentro del terrorismo internazionale: nell’area si concentra «oltre la metà di tutti i decessi» legati a questo fenomeno. La crisi in corso introduce un altro elemento di instabilità in un quadro già segnato da guerre civili e dalla crisi umanitaria sudanese. E su cui si allunga l’ombra di potenze straniere che, coltivando interessi economici, energetici e di sicurezza, si contendono il controllo della regione.

Negli ultimi anni una raffica di golpe militari – in Mali, Burkina Faso e Niger – ha rimodellato gli equilibri di potere nel Sahel. Le giunte hanno rotto con la Francia e si sono rivolte alla Russia per armi, addestratori, intelligence e supporto nelle operazioni contro il terrorismo islamico. Ottengono sostegno militare; in cambio, Mosca guadagna basi, contratti e peso su dossier strategici, a cominciare dalla gestione di risorse come oro, uranio e miniere. Prima lo strumento di proiezione dell’influenza russa nel continente era il battaglione Wagner; dopo la crisi Prigozhin – quando, sotto la sua leadership, il gruppo mercenario si è rivoltato contro Putin nel 2023 – Mosca ha progressivamente sostituito o assorbito le forze paramilitari nell’Africa Corps, struttura legata al ministero della Difesa russo. Tuttavia, gli ultimi sviluppi in Mali hanno messo in evidenza i limiti di questo modello. “Questo attacco ha dimostrato in maniera definitiva il fallimento della campagna militare africana di Mosca”, dice a Zeta Matteo Giusti, analista di Limes.
Sabato 25 aprile i ribelli del Fronte di Liberazione dell’Azawad (Fla), un gruppo separatista a maggioranza tuareg, e i jihadisti del Gruppo per il sostegno dell’Islam e dei musulmani (Jnim), affiliato ad al-Qaeda, hanno rivendicato degli attacchi su vari siti militari nel Paese. La convergenza tra le due organizzazioni è funzionale in termini operativi, ma hanno obiettivi diversi sul piano politico: i jihadisti puntano a delegittimare e indebolire lo Stato maliano – con l’obiettivo a lungo termine di impiantare una teocrazia di matrice islamica – mentre il movimento tuareg mira a rilanciare la questione secessionista del territorio Azawad a nord del Paese, auto dichiaratosi indipendente il 12 aprile 2012. Mentre il governo è supportato dal Cremlino, l’intelligence e le Sof (Special operations forces) francesi e ucraine avrebbero contribuito alle azioni di guerriglia asimmetrica.
Mentre il Ministro della difesa è morto nell’attentato, il presidente Assimi Goïta sarebbe stato esfiltrato in Niger, secondo la Rivista Africa. Le città interessate dagli attacchi sono sette: Kati, una roccaforte militare, Bamako, la capitale, insieme a Gao, Kidal, Sévaré, Mopti e Segou. Gli insorti sono riusciti ad entrare in centri abitati, basi e checkpoint, sequestrando ingenti quantità di equipaggiamento militare. «Il generale Goita che guida la giunta militare ha parlato alla televisione nazionale rassicurando la popolazione», spiega Giusti «ma intanto i mercenari dell’ex Wagner Group hanno spostato la loro base sulla strada che porta all’aeroporto internazionale. Una mossa per garantirsi una rapida fuga nel caso di un crollo del regime sotto i colpi del terrorismo islamico che punta alla creazione di un califfato nel cuore dell’Africa».
L’esercito regolare, supportato dall’Africa Corps, si è riorganizzato tra il 25 e il 26 aprile, difendendo Gao e aprendo dei negoziati con le forze d’opposizione per garantire un ritiro sicuro delle posizioni isolate al nord del Paese. Durante l’offensiva di Kidal, militari maliani e russi si sono trincerati in un’ex base Onu; quando si sono resi conto che la posizione era diventata indifendibile sono stati costretti a trattare con i ribelli la fuga. L’Africa Corp si è ritirato dalla città sotto la scorta (e il tiro) del nemico.








