Nel 2005, quando nasce Famiglie Arcobaleno, a comporla sono appena cinque famiglie. «All’inizio dovevamo raccontarci perché sembrava non esistessimo, sembrava che non ci fosse la possibilità di essere una famiglia omogenitoriale», racconta Micaela Ghisleni, membro del direttivo dell’associazione «Oggi, invece, non dobbiamo più spiegare chi siamo». A vent’anni di distanza, i soci sono più di cinquemila e le famiglie arcobaleno non sono più un’eccezione ma una parte del tessuto sociale.
Il cambiamento, spiega Ghisleni, è stato prima di tutto culturale. La presenza nelle scuole, nei quartieri, nei luoghi della quotidianità ha reso queste famiglie parte della vita di tutti i giorni. Eppure, a questa normalizzazione non ha corrisposto una piena equiparazione giuridica. «Lo stigma non arriva dal basso», osserva. «È istituzionale».
Una buona parte dell’Europa, soprattutto quella del nord e dell’ovest, è riuscita a restare al passo con i tempi, legiferando su temi come il matrimonio egualitario e le adozioni per le coppie dello stesso sesso fin dall’inizio. I Paesi Bassi sono stati i primi ad introdurre questi istituti nel 2001, seguiti, tra gli altri, dal Belgio nel 2003 (le adozioni solo successivamente nel 2006) e dalla Spagna nel 2005. L’Italia, invece ha mosso il primo passo verso il riconoscimento nel 2016 con l’introduzione delle unioni civili, che hanno riconosciuto alle coppie omosessuali alcuni diritti patrimoniali e personali, anche se continuano a non permettere il matrimonio e l’adozione congiunta.
Secondo la Rainbow Map di ILGA-Europe, nel 2025 l’Italia si è classificata 35ª in Europa in merito a leggi e politiche a tutela delle persone LGBTQIA+, seguita dalla Lituania e dall’Ungheria. In ultima posizione c’è la Russia, mentre sul podio ci sono Malta, il Belgio e l’Islanda.
Leggi anche Roma Pride, trent’anni tra amore e rivoluzione

Negli ultimi anni, però, qualcosa si è mosso, anche se non per iniziativa politica. Il riconoscimento della madre intenzionale — cioè della partner della madre biologica nelle coppie di donne che ricorrono alla procreazione medicalmente assistita all’estero — è arrivato in modo definitivo, da parte della Corte Costituzionale, solo nel 2025, dopo oltre un decennio di ricorsi e battaglie nei tribunali. «Abbiamo eliminato una disparità nel riconoscimento dei figli», spiega Ghisleni, «ma non ci è stato ancora riconosciuto pienamente il diritto a costruire una famiglia». In Italia, infatti, l’accesso alla PMA resta vietato alle coppie di donne, così come rimane vietata la gestazione per altri, che nel 2024 è diventata reato universale, perseguibile penalmente anche se praticata all’estero in Paesi dove è legale. Il risultato è un sistema che interviene a posteriori per sanare situazioni già esistenti, senza però aprire davvero alla legittimazione dei percorsi genitoriali.
Se per le coppie di donne la sentenza ha eliminato una discriminazione sullo status dei figli, per le coppie di uomini il quadro resta immutato. La possibilità di costruire un progetto genitoriale continua a scontrarsi con il reato universale e con una giurisprudenza che ha ribadito la contrarietà della pratica all’ordine pubblico italiano. Ghisleni racconta che Famiglie Arcobaleno vive questa disparità come uno stigma posto soprattutto sui bambini già nati, perché non riguarda solo gli aspiranti padri, ma anche i figli che già esistono.
Eppure, nonostante questo scarto tra società e diritto, tante famiglie arcobaleno scelgono di non andarsene. «Nessuno si salva da solo», dice Ghisleni. Restare significa continuare a costruire quotidianità, prima ancora che diritti: figli che crescono, relazioni che si consolidano, famiglie che esistono comunque. La legge arriva dopo. La vita, intanto, è già cominciata.








