Quando pensa a Marco Pannella, la prima cosa che ricorda Emilio Targia, caporedattore di Radio Radicale, sono le mani. Non una legge, un comizio o una battaglia. «La gestualità che si accompagna alle parole è una cosa molto italiana, ma lui la rendeva ancora più fisica», racconta Targia a Zeta. Pannella, quando parlava, metteva il corpo, come «nelle sue azioni politiche di disobbedienza civile»: le mani e le braccia erano un’estensione del suo pensiero.
Nato a Teramo nel 1930, all’anagrafe Giacinto, detto Marco, Pannella è morto a Roma il 19 maggio 2016, a 86 anni. In mezzo, le lotte politiche del Partito Radicale: il divorzio, l’aborto, l’obiezione di coscienza, il carcere, la giustizia, il fine vita, la difesa dei diritti umani. Temi che Pannella contribuì a portare al centro del dibattito pubblico, spesso venendo deriso. Per esempio l’antiproibizionismo. Per anni liquidato come una fissazione da hippie, oggi viene discusso come strumento di contrasto alle narcomafie. Lo stesso vale per i suoi metodi: digiuni e scioperi della sete furono trattati come gesti eccessivi, anche quando le immagini trasmesse in televisione mostravano un viso pallido e segnato dalla fatica. Nel dicembre 2012, a più di ottant’anni, iniziò uno sciopero della fame e della sete per protestare contro le condizioni delle carceri. Dopo cinque giorni, accettò il ricovero, con i medici che parlavano di condizioni critiche. Al settimo era ancora in digiuno totale.
Targia lo ha conosciuto da un punto di osservazione particolare: Radio Radicale. Come editore, interlocutore quotidiano, presenza interna alla vita della radio. Pannella chiamava, interveniva, discuteva il palinsesto.
Le richieste potevano essere difficili. Targia le chiama «mission impossible». Come quando Pannella chiedeva, a notte fonda, di trovare tre giudici della Corte costituzionale. Non erano capricci: «Erano scelte motivate e finalizzate a un obiettivo specifico. Con lui si poteva faticare, ma non si aveva mai la sensazione di fare qualcosa di inutile», racconta il caporedattore della radio.
Fuori onda, Pannella continuava a essere Pannella. «Assolutamente identico a sé stesso», dice Targia. Spiazzante, sorprendente, mai banale. «Il privato è privazione», ripeteva: «Il suo mantra è sempre stato “il privato è politico, il politico è privato”. Se non ti occupi della politica, sarà lei a occuparsi di te. L’aborto, il divorzio, sono temi politici che entrano nelle case delle persone», racconta Targia.
Anche la quotidianità prendeva forme imprevedibili con Pannella. Una volta, dopo un litigio, Targia non lo sentì per ore. Nel pomeriggio, Pannella arrivò in taxi davanti alla redazione. Non con una spiegazione o una telefonata di chiarimento. Si presentò con tutte le torte del ristorante sotto Radio Radicale, anche se in redazione erano soltanto in tre. Un gesto sproporzionato, buffo, affettuoso. Una pace fatta a modo suo.
Pannella era un uomo concreto. Non gli bastava indicare un principio, bisognava trovare come metterlo in pratica. Quando qualcuno gli diceva «non ti preoccupare», Pannella rispondeva: «Non mi preoccupo, perché io me ne occupo». Targia ci tiene a precisarlo: «Non è un calembour, è il suo Dna».
Anche il linguaggio del fondatore del Partito Radicale rispecchiava il suo metodo, non velleitario. Le parole dovevano corrispondere a un’azione. «A farlo arrabbiare erano l’approssimazione e il verbo gerundio», racconta Targia: «Una volta, quando mi chiese a che punto fossi con un lavoro, gli risposi che lo stavo “facendo”. Mi disse che il gerundio è pericoloso, perché chi dice che una cosa la sta facendo, in realtà, non la sta facendo affatto».
Di Pannella restano molte cose. «Le cose concrete»: l’aborto, il divorzio, l’obiezione di coscienza. Restano le battaglie cominciate e non ancora finite sul fine vita, sull’antiproibizionismo, sulla fame nel mondo. Restano gli archivi di Radio Radicale, le conversazioni, le ore di voce. «C’è sicuramente un lascito enorme, abbiamo un archivio importante, le sue parole restano nella mente di molti».
Mentre elenca ciò che resta, Targia insiste su ciò che manca. «Forse sono di più le parole che mancano». Non perché non ci siano più registrazioni. Quelle ci sono. Ma perché mancano parole capaci di entrare nei conflitti del presente con la stessa forza. «In questo momento una personalità così forte e coraggiosa, con una prospettiva chiara, manca». La politica, dice, ha spesso «il fiato corto». Pannella, invece, «la vedeva molto lontana».
«Mi hanno trattato da vivo come se fossi morto, mi tratteranno da morto come se fossi vivo», diceva spesso Pannella. A dieci anni dalla scomparsa il rischio è nominarlo molto e ascoltarlo poco.






