Antigone di Øyen al Teatro Argentina

Una rivisitazione del dramma greco in uno spettacolo di teatrodanza con i ballerini di Pina Bausch

Un’Antigone che non è Antigone. La realtà accade sul palco davanti alle sette porte di Tebe. Lo sfondo è greco, ma Sofocle non c’è. Ci sono però tutte le sfumature della sua eroina, che si esprime nei movimenti del corpo di ballo diretto dal coreografo norvegese Alan Lucien Øyen al Teatro Argentina di Roma dal 28 al 31 maggio. 

Il pubblico si aspettava di assistere ad una rappresentazione classica, come quella in corso al teatro greco di Siracusa, – e forse è rimasto deluso – e di ascoltare i versi celebri, di vedere tuniche, invece niente. Tutto nero. In lutto non per la morte di Eteocle e Polinice, ma per le donne che vivono la violenza. E Antigone le rappresenta tutte.

Per i primi quarantacinque minuti il nome della protagonista non viene neanche citato. Sul palco, il silenzio della danza viene rotto da un potente dispositivo drammaturgico che si sdoppia in due figure femminili. Da un lato, un’attrice munita di microfono elenca in modo ossessivo e amplificato una lista di nomi come Polissena, Elena, Ifigenia, Elettra, Marilyn Monroe, Malala Yousafzai. La sua voce si fa carico della cronaca e della storia del mondo contemporaneo. Dall’altro lato, la ballerina senza microfono pronuncia infine il nome di Antigone. Lo spettacolo è in inglese con i sottotitoli in italiano, pochi dialoghi, ma la musica è la battuta principale sui cui ballano e recitano gli ex membri del Tanztheater Wuppertal di Pina Bausch insieme a Antonin Monié dell’Opera di Parigi e la compagnia Winter Guests.

Il concetto di teatrodanza della coreografa tedesca rivive qui con potenza: la regia di Øyen coniuga il gesto alla parola mostrando la nuda fragilità del genere umano, rispondendo alle provocazioni di un testo semplice e crudo che appartiene al tragico. È un impulso che viene da dentro e genera spasmi, amplificato da un disegno di luci che taglia i corpi nel buio, mostrando la coscienza di ciascun’azione rappresentata sul palco. Questo hanno messo in scena i danzattori di Øyen andando oltre il testo, rappresentando i conflitti irrisolti e le tensioni profonde.

La trama del dramma sofocleo è riassunta in sentenze veloci. Tiresia non predice e Creonte non comanda. Ma chi ha letto il testo greco, riconosce nei movimenti dei ballerini la brutalità del costo della resistenza che i personaggi comunicano ancora oggi come nell’Atene del V secolo. Le luci creano il chiaroscuro, mostrano forse un aldilà che diventa al di qua in cui il senso della giustizia è messo a repentaglio dalla complessità del potere, che oggi – come allora – è in mano a pochi. L’Antigone del presente è paradigma di una donna contro un’oligarchia di uomini. Gli attori insegnano il Signal for Help: il gesto d’allarme della violenza di genere.

Le porte di Tebe segnano il perimetro della città che è metamorfosi della realtà interiori di ciascun personaggio. Diventano ora letto per una conversazione con Alexa, voce elettronica a cui si appella Nazareth, il personaggio contemporaneo di questa messa in scena, ora luogo di riparo per un abbraccio tra i due fratelli. Giochi di luci e riprese in diretta riempiono il proscenio dell’Argentina: il teatrodanza si trasforma in proiezione in bianco e nero, restituendo un’immagine più nitida di ciò che avviene nell’intimità del palco.

Uno spettacolo complesso, astratto, ma che tiene immobile lo spettatore rendendolo protagonista. Se verso la fine si rimane perplessi per non aver sentito pronunciare i celebri versi di Antigone «Sono nata per condividere l’amore, non l’odio», la compagnia sorprende con un ribaltamento interattivo. «Ricorda di essere amato» fanno dire gli attori a qualcuno del pubblico. Così alla fine si danza l’amore, non solo la ribellione e il combattimento fisico; lo stesso che porta l’eroina greca a morire per la giustizia, rinunciando al suo amato Emone.

Il pubblico del primo tempo è perplesso durante la pausa. Forse l’Italia non è ancora pronta per questo tipo di spettacolo, poco didascalico, ma colto e allusivo. Eppure, il bisogno dell’arte di rappresentare questa storia oggi è quantomai urgente. Lo dimostra il contemporaneo adattamento di Robert Carsen a Siracusa, che affronta il dramma in forma più classica e geometrica, concentrandosi sullo scontro politico tra individuo e Stato. Ma là dove Carsen lavora sul concetto di ordine e potere, l’intento di Øyen fonde l’Antigone politica, vittima, civile e religiosa attraverso il linguaggio viscerale del corpo e i media del nostro tempo.

Antigone parla, e continuerà a parlare, ogni volta che sorgerà la necessità di trovare un nuovo linguaggio per farla dialogare con il suo pubblico.

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