Dal 1946 a oggi, il nonno della Repubblica

Aveva 23 anni quando votò per la Repubblica. Oggi ne ha 102 e continua ad andare alle urne

Vito Passarelli aveva 23 anni nel 1946. E quel 2 giugno lo ricorda bene anche oggi che di anni ne ha 102. Si era svegliato prima dell’alba, era andato in campagna come ogni mattina, domeniche incluse, lavorando la terra sotto il sole pugliese. La sera si era messo in fila con i suoi concittadini e, per la prima volta nella storia d’Italia, con le sue concittadine. Fece una croce sul simbolo con i ramoscelli intrecciati e la testa turrita di donna che rappresentava la Repubblica: «Dopo quello che avevamo passato in guerra, eravamo stanchi del re».

Non tutti i compaesani la pensavano come lui. Nelle sezioni elettorali di Laterza, cittadina collinare in provincia di Taranto, le schede favorevoli alla monarchia furono 2.620. Quelle per la Repubblica 2.467. Quando gli scrutatori finirono il conteggio, il paese aveva scelto il re. Vito Passarelli no.

Il centenario tiene la cornetta stretta all’orecchio. Risponde dal salotto di casa e chiede di alzare un po’ la voce, ha comunque una certa età. Non ce n’è bisogno. Bastano poche parole a riportarlo indietro nel tempo. “Guerra” è una di queste. «Sono stato due anni prigioniero in Germania», racconta. Poi si interrompe per un momento, come a cercare tra i ricordi un’immagine precisa: «Abbiamo cucinato le bucce di patate e le briciole di pane».

Prima del referendum Passarelli era stato arruolato nel Regio Esercito e spedito lontano dalle campagne murgiane, da sua moglie e dal suo primogenito: «Sono stato in prima e in seconda linea». I nomi dei luoghi si perdono, ma non le immagini: «Mi portarono ai confini della Francia, dove c’era il fronte e fabbricavano i missili. Lavoravamo soprattutto di notte». Dopo l’armistizio, Vito non rimase fedele al fascismo e finì nel lager. Alla liberazione, un militare americano gli propose di seguirlo all’estero. Lui rifiutò. Voleva tornare a Laterza. «Eravamo io e un altro che stava insieme a me». Il viaggio passò attraverso caserme, carretti di fortuna e selle di vecchi ronzini, strade polverose e città sbriciolate dalle bombe. «Ricordo Modena, Parma. E poi a casa». Dove, per ricominciare dalle fondamenta distrutte, gli fu chiesto di scegliere la forma del nuovo Stato.

Da quel giorno sono passati ottant’anni esatti. Molti ricordi si sono sfilacciati, altri sono rimasti intatti. Per non perderli, Passarelli li affida alla carta. Siede al tavolo della cucina, un tavolo largo coperto da una tovaglia incerata, e annota episodi, nomi e scampoli di un secolo di vita, tenendo ferma la penna nella manona ruvida del contadino, con una scrittura ampia e ordinata. Per tutta la vita ha lavorato nei campi. Oggi coltiva la memoria.

Nei suoi appunti c’è il mondo rurale della Murgia, delle giornate scandite dal sole e delle lunghe camminate. «Si facevano dieci chilometri a piedi e la sera si ritornava di nuovo a piedi», annota. Oppure: «Si mangiava la carne solo a Pasqua e a Natale». E ancora: «Nel 1930 nei paesi non c’era né luce né acqua». Tra le righe ordinate e senza nostalgia affiora il racconto di un Paese che cambiava insieme a lui. Mentre l’Italia cresceva, cresceva anche la sua famiglia: tre figli, nove nipoti e nove pronipoti. «Una bella squadretta», dice divertito.

Nelle pagine manoscritte torna anche il 2 giugno del 1946. Non per il risultato ma per ciò che rappresentò. Dopo le trincee, la fame e la prigionia, per un giovane contadino di Laterza il nuovo Stato democratico aveva il volto semplice di un nuovo inizio. Passarelli continua a custodirne il ricordo e dice: «Questa Repubblica è una cosa più seria». E, come ha dimostrato domenica 24 maggio alle elezioni comunali della sua città, continua a fare ciò che fece quel giorno: votare.

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