«Io, il colpevole perfetto, ma la verità non fa notizia»

Raffaele Sollecito a Zeta: «7 italiani su 10 pensano che sia stato io. La sentenza pesa meno dei giornali»

«Giovane, fidanzato con una straniera, una storia con sesso e coltelli già pronta per la prima pagina. La verità è arrivata anni dopo, in punta di piedi, perché l’innocenza non sanguina e quindi non fa notizia».

A parlare è Raffaele Sollecito, nome per anni al centro di uno dei casi di cronaca nera più seguiti e discussi dai media italiani e internazionali. Accusato, insieme all’allora fidanzata Amanda Knox, di aver partecipato all’omicidio di Meredith Kercher, avvenuto la sera del primo novembre 2007 a Perugia, Sollecito ha affrontato un lungo percorso giudiziario conclusosi solo nel 2015, con l’assoluzione definitiva pronunciata dalla Corte Suprema di Cassazione.

Otto anni di processi, tre gradi di giudizio, due assoluzioni e due condanne ribaltate. Un caso giudiziario complesso, diventato però in poco tempo mediatico, costruendo così un personaggio «per le prime pagine», racconta.

La dinamica richiama un celebre motto giornalistico If it bleeds, it leads («se c’è sangue, apre il notiziario»). Ed è così: più una storia è drammatica, più è destinata al successo e adatta a fare spettacolo. Frammenti di indagini, intercettazioni e indiscrezioni vengono pubblicati a puntate, in salotti televisivi che finiscono per emulare aule di tribunale. Gli spettatori seguono ogni dettaglio, discutono prove e testimonianze, formulano ipotesi e danno verdetti, ancor prima che lo faccia un vero tribunale.

«Una volta che l’etichetta di colpevole te la sei presa in tv, nessuna assoluzione te la toglie», sostiene Sollecito. «È ciò che hanno fatto con me e con Amanda: prima ci hanno trasformati in due ragazzi immorali e depravati, poi hanno cercato il delitto che più si addiceva a quel personaggio».

Gli effetti di quella narrazione, dice, sono ancora visibili oggi. «Sette italiani su dieci, dopo un’assoluzione definitiva, pensano ancora che io sia colpevole». Un dato che spiega anche le reazioni del pubblico: «Come può stupirmi che la gente continui a processarmi nei commenti sotto l’intervista a “Belve Crime” di Francesca Fagnani?».

«Oggi mi fanno più rabbia che dolore», aggiunge, «perché sono la prova vivente che una sentenza pesa meno di un titolo di giornale. La stampa dovrebbe dedicare lo stesso spazio all’accusa e alla difesa. Al di fuori di queste condizioni non è informazione, è linciaggio».

Tra i casi che hanno occupato le cronache italiane negli ultimi mesi però, c’è quello di Garlasco, tornato al centro dell’attenzione con le nuove indagini sulla morte di Chiara Poggi. «Ho riconosciuto lo stesso schema che ha travolto me». «Un’esposizione mediatica che amplifica la tesi dell’accusa fino a trasformarla, agli occhi dell’opinione pubblica, in una verità accertata».

Eppure, nel 2017, Raffaele Sollecito partecipa come opinionista a “Il giallo della settimana”, spin-off di Quarto Grado in onda su Tgcom24. La scelta di affidare un ruolo televisivo proprio a un ex imputato coinvolto in uno dei casi giudiziari più mediatici della storia recente italiana non passa inosservata.

«So che può sembrare una contraddizione: critico la macchina e poi ci salgo sopra», ammette. «Ho sempre cercato di non usare quegli spazi per rifare il mio processo in televisione. Accettai a patto che ci fosse un certo tipo di impostazione, che poi è venuta meno. Per me era un modo per fare impegno civile».

Un impegno che, conclude, si scontra ancora con il solito meccanismo di spettacolarizzazione. «Oggi come allora si costruiscono mostri – Alberto Stasi, io, e adesso Andrea Sempio – ed è vergognoso per l’Italia e per il suo sistema».

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