Un musicista, uno stilista e un regista entrano nella stessa stanza. Non è l’inizio di una barzelletta, ma la copertina di Music, Fashion, Film, il settimo album in studio dell’artista britannica Charli XCX, il secondo quest’anno, dopo l’uscita di Wuthering Heights lo scorso febbraio. I tre sono John Cale, fondatore negli anni ’60 della band The Velvet Underground, il designer Marc Jacobs e il premio Oscar Martin Scorsese. Una sintesi di quello che questo nuovo capitolo aspira a raccontare: il disagio cinematografico del presente che non rinuncia all’estetica – e alle chitarre rock.
Gli undici brani sono il requiem della brat summer inaugurata nel 2024 con il disco Brat, opera hyperpop che ha dominato i club mondiali per un biennio. MFM non demolisce solo quell’immaginario audace, dove una donna nata nel 1992 rivendicava la sua spensieratezza a suon di beat, ma scava anche sotto quella «sicurezza performativa» – come la definisce Charli in un’intervista a Page Six – da cui canzoni come 360 o Von dutch partivano. L’irriverenza acida dell’elettronica che ha caratterizzato il suo sound negli ultimi anni si stempera nell’incipit di SS26: «Primavera-Estate del 2026, quando il mondo finisce e non abbiamo speranze». Nel ritornello di Persona, ancora, che richiama il film del 1966 diretto da Ingmar Bergman, la stoccata è più diretta (forse anche verso sé stessa): «Non strozzarti col tuo ego, so che è solo performance, so che stai male».
La musicista di Cambridge ha la nausea del successo. In 2007 estremizza quel concetto portato alla ribalta dal padre della pop art, Andy Warhol, secondo cui «tutti oggi possono avere i propri 15 minuti di fama». Per Charli, come raccontato in un’intervista a Vogue, non è più una questione di minuti, ma di secondi: «Se hai un telefono in mano, te ne bastano 15, oggi, per un momento di gloria». Quello che per lei è iniziato proprio alla fine di quell’anno, quando cominciò a registrare e poi a postare sul sito Myspace le demo dell’album 14, nei primi mesi del 2008, il suo esordio nel mondo della musica.
Viene anche il dubbio che sotto le ceneri di Music, Fashion, Film batta ancora un cuore brat. Che prendere sul serio al cento per cento Charli XCX nasconda sempre dei pericoli. Come quando parte Wink Wink, ad esempio, il terzo singolo dell’album: «Non sono più una cattiva ragazza, promesso». Detto, però, prima di fare l’occhiolino, a cui il titolo richiama con un’onomatopea. Come quando nel 2021 sul suo profilo X scriveva: «L’hyperpop è morto? Parliamone», prima di dare alla luce Brat. O quando, ancora, ha presentato un disco più vicino alle sonorità della band brit rock Blur che all’elettronica, dove la canzone che si intitola Rock Music è quella meno rock dell’intera tracklist. MFM ne esce come un elogio compiuto dell’incoerenza, non sempre tragica. Un album volubile come la sua autrice. Perché, alla fine, Nothing Lasts Forever, niente dura per sempre, ripete in modo ossessivo il cineasta David Cronenberg sul finale dell’omonima traccia, e – come recita un passaggio di SS26 – non spetta a musica, moda o cinema salvarci.







