«Non fanno magnà nessuno»: una notte con i Tamango

Il 25 luglio si è chiusa a Roma la Seconda Rampallonata, il tour estivo del collettivo torinese

Se glielo chiedi, un torinese non ha dubbi: il Tamango si beve, non si canta e di certo non si balla. Cocktail color rubino nato dall’infuso di piante e radici di ibisco, è il superalcolico preferito dagli studenti e non per il suo sapore: il Tamango fa ottantacinque gradi e, a detta di molti, ha una reazione allucinogena. Difficile che i 5000 accorsi sabato 25 luglio allo Stadio Antonio Nori di Roma fossero aficionados del cocktail torinese. Dei Tamango, però, la band che suonava, erano pazzi tutti.

Protagonisti di uno dei progetti più interessanti e innovativi degli ultimi anni, i Tamango, maschera del collettivo di musicisti, cantanti, attori, poeti, ballerini e performer che conta più di cinquanta artisti, portano un indie pop sensuale e a tratti malinconico su un piccolo palco costruito al centro di una pista di atletica dell’estrema periferia romana. L’ingresso è al tramonto, con il pubblico seduto sul prato che si gode gli ultimi raggi di sole e bivacca in piccole comitive, e la luna che piano sale da dietro il fondale. Alcuni hanno il volto dipinto di rosso, il colore simbolo del collettivo, altri indossano il merch, in vendita davanti all’entrata: vestiti di seconda mano, riadattati e personalizzati con forme geometriche colorate. Ma c’è anche chi se lo è fatto da solo, dipingendo maglie, canottiere e giacche con le frasi più celebri. Come dice Enrico Gabrielli per Rolling Stone Italia, quella dei Tamango è un’intraprendenza autarchica ben oliata, e non c’è definizione migliore: il palco se lo sono costruito da soli, asse dopo asse, la musica se la producono e se la distribuiscono da soli, perfino la pizza da servire al pubblico se la sono cucinata da soli. 

Oh Darling, canta il frontman Marcello, aprendo la serata con un perizoma diamantato. Dietro un enorme diario a occupare la scena: sopra, la band, sotto, dentro e attorno performance di ogni tipo. Ogni pagina un mese, da settembre a giugno: un laboratorio creativo, tela bianca in cui forme, suoni e parole si mescolano in quadri fatti di musica, poesia, scene recitate, corpi, mani, braccia e voci. «Oh Darling», incalza Marcello, «guida tu»: un invito ammiccante a entrare nella storia, a partecipare al progetto, a diventarvi parte per tre ore, e il pubblico non se lo lascia ripetere e risponde: «Andiamo a schiantarci». Ma il tono cambia con Una casa in campagna, poesia in musica sull’incompatibilità delle coppie: musica lenta, una ninnananna sull’orlo del baratro. Occhi lucidi tra la folla. 

Un guizzo anarchico quello dei Tamango, una serie di spinte verso la rottura degli schemi perché sul palco non c’è regola, non c’è direzione, non c’è scaletta e non c’è nemmeno una versione unica delle canzoni che cantano: ogni cosa si trasforma, trova nuove forme in fieri. Una ballata diventa un pezzo rap, mescolato con elettronica, afro e perché no, un po’ di jazz. Platani, nata come canzone malinconica sulla solitudine, diventa un pezzo da club, con luci al neon e un ensemble di ballerini di street dance. Da alternare alle filastrocche delle nonne, intonate a cappella nei cambi di scena, o momenti intensi, come Canzone triste, parole di Italo Calvino e musica di Sergio Liberovici, per ricordare che le battaglie politiche e sociali di ieri sono le stesse che combattiamo oggi. 

Sul palco dei Tamango la politica non manca, anzi: è lei che trascina lo spettacolo. Dalla rivendicazione dell’anima di provincia, che in Bianciardi e nel suo Lavoro culturale mette le radici, fino al ricordo del G8 di Genova, della guerra in Palestina e del lavoro sottopagato nel quadro del 25 aprile e del 2 giugno. Una fila di donne entra sul palco, le “sorelle d’Italia”, che intonano l’inno nazionale e a testa recitano ciò che le donne oggi chiedono in Italia: chiusura del gap salariale, stop alle molestie sul lavoro e alla sessualizzazione del corpo femminile. E poi cantano Matador, canzone manifesto dell’unico album in studio del collettivo t’amango uscito a giugno 2026: «Signore e signori, arrendetevi adesso, assalteremo il parlamento, ammazzeremo chi si mette in mezzo» e «non avremo pietà, se ci sputate sul futuro, noi bruciamo la città». Parole forti, che più che rappresentare una vera minaccia suonano come un gioco tra ragazzini. Prima dell’epilogo sanguinario, infatti, ci tengono a confermare di essere «scappati dalle finestre di una scuola elementare» per correre a casa dei nonni a rubare sigarette, fucili da caccia e a farsi la moicana, il taglio di capelli più cattivo.

D’altronde, cantarsela e suonarsela è di un atto politico. Come grida a fine spettacolo Alberto, uno dei tre fondatori oltre a Marcello e Federico, «questo palco non ce lo paga né Warner né Sony. Nessuno ci tiene le mani legate». Da lontano qualcuno commenta in romanesco che «‘sti ragazzi non fanno magnà nessuno», non pagano case discografiche e non si appoggiano a gruppi per la distribuzione. Tutto quello che guadagnano lo reinvestono nel progetto: è questo, alla fine, il senso della loro Rampallonata, nome del tour e neologismo tamanghiano. Se l’idea, infatti, è avere davanti la palla perfetta, pronta per essere calciata, che hai il coraggio di tirare anche se non sai se farai gol, i Tamango la rete l’hanno segnata. 

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