Nei primi attimi dopo la scossa, in cima alla collina della città di Riung, sull’isola indonesiana di Flores, si forma una comunità improvvisata tra locali e turisti. Una donna del posto apre il proprio bagno a chi ne ha bisogno, un’altra prepara del tè da offrire a tutti, qualcuno il caffè, altre pappe di riso per i più piccoli. Chiunque abbia qualcosa lo condivide con gli altri. «Nello sconvolgimento generale, eravamo un’unica umanità».
Barbara Todeschini, avvocata della provincia di Monza, è tra i cinquecento italiani che nella notte di sabato 15 agosto erano a Flores quando, poco prima delle 6 di mattina ora locale, un terremoto di magnitudo 7.7 ha colpito la costa settentrionale, con epicentro in mare. Un sisma avvertito dalla provincia di Nusa Tenggara Orientale a quella Occidentale, che ha provocato almeno 51 morti e che non si registrava così forte dal 1992. L’Indonesia sorge lungo la Cintura di Fuoco del Pacifico, dove la placca indo-australiana scivola sotto quella eurasiatica, rendendola una delle regioni più sismicamente attive al mondo. Eppure la scossa ha sorpreso anche chi ci è nato.
Barbara è lì con un gruppo di venti persone organizzato da Viaggi Avventure nel Mondo e coordinato da Fabrizio Radice. «Verso le 5.40 il letto pesante in teak ha iniziato a muoversi di un metro, una scossa fortissima che è durata un minuto buono», racconta a Zeta. «Mio marito Alberto, terrorizzato, è scattato giù, e siamo corsi fuori dal bungalow in pigiama per andare a svegliare le nostre figlie, prendendo solo il telefono e i documenti. Usciti in giardino la terra ha smesso di tremare, ma abbiamo dovuto evacuare comunque. Il problema, ci ha spiegato una vulcanologa in viaggio con noi, non era più il terremoto, ma lo tsunami che poteva seguire».
«Sui cellulari il governo indonesiano ha mandato le allerte», ricostruisce Fabrizio. «Quando abbiamo visto l’autista mettere in moto il pullman, abbiamo capito che dovevamo andare via in fretta, verso la collina più vicina». Ma in Indonesia non esiste una protezione civile, né un reale protocollo per le situazioni di sisma. «I locali vanno a sentimento, in base all’esperienza personale», aggiunge Barbara. Il mezzo li porta fino a un certo punto, poi proseguono a piedi verso l’altura, insieme a decine di famiglie del villaggio.



Rimangono lì tre ore, fino al rientro dell’allarme, senza sapere se i bagagli lasciati nei bungalow saranno ancora al loro posto. I problemi, però, sono altri, e quando arriva notizia che il terremoto ha danneggiato la cucina dell’ospedale di Riung il proprietario dell‘alloggio del gruppo mette a disposizione la propria. «Così anche noi abbiamo voluto aiutare preparando i lunchbox per chi è ricoverato in ospedale, per poi impacchettare e distribuire i pasti», spiega Fabrizio.
Se le strutture turistiche di Riung hanno retto (qualche crepa nei controsoffitti, ma nessun crollo), le case dei locali, in legno o muratura leggera, hanno avuto conseguenze più diffuse. «Un 10% delle abitazioni ha registrato pareti danneggiate, chi crollato, chi con crepe importanti», stima Fabrizio, che nel pomeriggio ha girato il paese con la macchina fotografica, incontrando un uomo in lacrime davanti alla casa distrutta, una donna che lo ha portato a vedere la cucina crollata.
Prima delle scosse, il gruppo aveva pagato un’escursione alle isole vicine, saltata per l’emergenza, e il proprietario dell’alloggio ha offerto un rimborso, quasi duemila euro, cento a testa. «Gli abbiamo detto che tenessero loro quei soldi: a casa non ci saremmo nemmeno accorti di averli spesi, mentre per i locali pesano più di quanto possiamo immaginare», racconta Fabrizio. I pescatori continuano a sconsigliare di uscire in barca, anche con l’allarme rientrato, perché correnti anomale e mulinelli visibili dalla riva rendono il mare troppo imprevedibile, e le scosse di assestamento non si sono fermate. Anche la notte successiva, verso le tre, un’altra vicina al quarto grado ha svegliato il gruppo.
A spiegare il rischio tsunami è la stessa vulcanologa loro compagna di viaggio, Carla Laurelli. «Un terremoto avviene con un rapido scuotimento della terra, quando le rocce nel sottosuolo si spaccano o si muovono all’improvviso, liberando una quantità di energia sotto forma di onde sismiche. Questo, in particolare, ha avuto un epicentro in mare a una profondità ridotta, di 10 chilometri, sprigionando una magnitudo elevata. Da qui il rischio concreto che si generassero delle onde giganti a causa dello spostamento improvviso di grosse masse d’acqua», spiega a Zeta. «Ma non potevamo prevederlo, perché non conoscevamo la conformazione del territorio, e in passato sismi del genere qui hanno avuto conseguenze catastrofiche».
Il viaggio prosegue, adattato giorno per giorno. Una tappa prevista per un tramonto a una collina ora franata è già stata cancellata per sicurezza. «Viviamo alla giornata. Viaggiare è anche questo, adattarsi», dice Barbara. «Mi ritengo molto fortunata ad essere qui: Flores è un’isola meravigliosa, ricca non di denaro ma di umanità. Chi viene in Indonesia pensa sempre alle spiagge, ai paesaggi, ma c’è molto di più, ed è la popolazione locale la bellezza di questo Paese».








