Le Sirene, una canzone per le donne afghane

Le artiste Martina Attili e Alia Ansari duettano per denunciare le restrizioni del regime talebano

Il giorno in cui Martina Attili scrive la prima versione del nuovo brano Le Sirene, uscito su YouTube giovedì 27 agosto, ha sulle ginocchia Mille splendidi soli, romanzo dello scrittore afghano Khaled Hosseini. Nella testa ha un verso che non riesce a mettere in musica: il ventre di una donna non è come il cuore di un uomo. «Continuavo a pensare che alle afghane è proibito cantare in pubblico», racconta Attili a Zeta, «da cantante mi ha colpito che una voce fosse considerata troppo sensuale per essere ascoltata». Quel divieto le ricorda le stesse sirene che nell’Odissea di Omero spingono i marinai al naufragio. Basta quell’immagine per farla alzare dal divano, afferrare la chitarra e iniziare a comporre. 

Quando nel settembre 2024 presenta il pezzo a un evento dell’AR Circolo di Pomezia, le attiviste dell’associazione non profit NOVE Caring Humans le propongono di inciderlo e di realizzarne una seconda versione, in collaborazione con l’artista afghana Alia Ansari, che al testo originario in italiano ha aggiunto delle strofe in dari. «Ero bambina quando insieme alla mia famiglia mi sono trasferita prima in Pakistan e poi nei Paesi Bassi», spiega la solista, che ora vive a Londra, «per questo mantengo il legame con le radici tramite la lingua, soprattutto da quando non posso più tornare nel mio Paese».

Dall’inizio della sua carriera musicale nel 2015, Ansari rientrava nella terra d’origine per apparizioni televisive e concerti dal vivo. Fino a quando, con il ritorno dei talebani a Kabul nel 2021 e l’emanazione di leggi per la segregazione di genere, non le è diventato impossibile. «Non potermi esibire a casa mia, tra la mia gente, è una grave perdita. Mi piacerebbe che la mia musica raggiungesse un pubblico ampio, ma non voglio snaturarmi. Quando canto in dari e in pashto tiro fuori la parte più profonda di me».

Attili si è detta entusiasta del duetto: «La musica è l’arma che ho per combattere le ingiustizie. Non è la prima volta che racconto storie che non ho vissuto in prima persona». Nei suoi testi ha dato voce a un’insegnante palestinese, a un bambino siriano, a un soldato curdo. «Pur sentendo l’esigenza di trattare tematiche umanitarie e sociali lontane da me, so di non poterle comprendere appieno. Lavorare con Alia mi ha permesso di dare maggiore spessore al brano». 

Ansari ricorda la prima volta in studio per la registrazione della sua parte: «Avevo paura che le nostre voci non fossero in armonia l’una con l’altra. Una volta lì, invece, le mie parole si sono fuse a quelle di Martina con naturalezza. Sono soddisfatta del risultato, non potevo desiderare di meglio».

Le due artiste si sono conosciute l’11 agosto 2026 nella cittadina balneare di Terracina, in provincia di Latina, per girare il videoclip. «Il primo incontro è avvenuto sotto l’ombrellone», scherza Attili, «dall’aeroporto siamo andate dritte in spiaggia». La venticinquenne laziale ha ospitato la collega nella casa di famiglia, nell’Agro Pontino. «Appena ho visto Martina mi è sembrato di conoscerla da sempre», dice Ansari, «sia lei sia i suoi parenti mi hanno accolta con calore. Persino la nonna, pur non parlando inglese, si è sforzata di comunicare con me». 

Martina Attili e Alia Ansari durante le registrazioni del videoclip

Alcuni versi molto duri («Sono state fraintese, perseguitate, stuprate») servono, per la cantante afghana, a ricordare «che se le donne del mio Paese non parlano non è perché non vogliono, ma perché non possono». Una condizione che definisce “una quarantena senza fine”: «Non possono uscire di casa per fare la spesa, per una passeggiata, per andare al parco. Per loro il Covid non è mai finito. Ma finché c’è chi si batte perché non siano dimenticate, c’è speranza». 

Quando due anni prima, ispirata dal romanzo di Hosseini, Attili ha deciso di scrivere una canzone per denunciare le leggi proibitive dei talebani, l’ha fatto con una consapevolezza: «Siamo assuefatti alle brutte notizie dall’estero, non ci facciamo più caso. Questo disinteresse cresce quando si parla di discriminazione di genere. Ma le afgane vogliono la stessa cosa che desiderano le altre donne: essere libere» O, come recita nel brano: le sirene vogliono solo cantare.

Podcast ZetaPOD

Podcast

TG ZetaTG

TG

GR ZetaGR

GR

Iscriviti a
Zeta Data Lab

Iscriviti alla nostra newsletter