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Esclusiva

Gennaio 8 2020
La dottoranda italiana a Oxford: "Non chiamatemi cervello in fuga”

Eleonora Lomi è una dottoranda italiana che ha lasciato il suo Paese per fare ricerca all’estero. Adesso ha una borsa di studio a Oxford in ambito psicologico. “L’Italia non crede abbastanza nella ricerca”

«Fare ricerca significa essere curiosi, porsi delle domande e cercare delle risposte. Per fare questo c’è la necessità di avere delle istituzioni che credano in quello che fai e in un certo senso scommettano su di te». Così Eleonora Lomi, italiana, ventiquattro anni, ricercatrice e dottoranda presso l’University of Oxford definisce la sua attività quotidiana di ricerca. 

In Italia, Eleonora non ha trovato le condizioni favorevoli per svolgere ricerca e per questo ha deciso di lasciare Bologna, la sua città natale, per l’Inghilterra. Lì ha conseguito una laurea ed un master presso la UCL (University College London) prima di trasferirsi a Oxford per il suo dottorato di ricerca in Experimental Psicology. Sono ormai sette anni che manca dall’Italia, e conversando con lei si nota all’istante come questo non le pesi affatto. Già ai tempi del liceo, aveva pensato alla possibilità di trasferirsi altrove. L’occasione è arrivata quando, durante il quarto anno di liceo passato in Canada ha deciso di diplomarsi proprio lì. «Da quel momento a causa di lentezze burocratiche legate al riconoscimento in Italia del mio diploma canadese e per difficoltà nel trovare un percorso adatto ai miei progetti, ho deciso di proseguire la mia carriera accademica all’estero, più precisamente a Londra».

Eleonora Lomi, 24 anni, dottoranda a Oxford
Eleonora Lomi, 24 anni, dottoranda a Oxford.

Molti giovani che decidono di trasferirsi all’estero vengono etichettati come “cervelli in fuga”, ma a Eleonora questa definizione non convince affatto. «Non voglio essere definita “cervello in fuga”, questa definizione non mi si addice per nulla. Non ho deciso di scappare dall’Italia. Ciò che mi ha portata a prendere questa scelta è che purtroppo le università italiane non mi offrivano la possibilità di studiare in triennale neuroscienze, inoltre la mancanza di investimenti e di fondi nel mio ambito di studi mi ha scoraggiata. Al termine della mia laurea e del mio master sarei potuta tornare in Italia, ma sinceramente non mi è mai convenuto». 

Ad oggi, anche la situazione legata alla Brexit non sembra aver creato troppi problemi al percorso accademico di Eleonora. «Nel mio college ad Oxford, la Preside, Janet Anne Royall, ci ha tenuto molto informati e ha avuto dei colloqui individuali con tutti noi per rassicurarci sulla situazione. La cosa più importante è che le tasse universitarie non siano aumentate e che i fondi relativi al mio tipo di ricerca non dovrebbero mutare con la Brexit». 

Le recenti dimissioni del Ministro dell’istruzione, dell’università e della ricerca Lorenzo Fioramonti hanno certificato la continua scarsità degli investimenti nell’istruzione italiana. Un’ulteriore conferma è arrivata anche dal report “Iscrizioni e cancellazioni anagrafiche della popolazione residente, anno 2018” stilato dall’Istat. È stato evidenziato come gli italiani che si sono trasferiti all’estero negli ultimi 10 anni siano stati 816 mila e oltre il 73% ha 25 anni o più. Di questi, quasi tre su quattro hanno un livello di istruzione medio-alto e rappresentano una perdita molto significativa per il nostro paese. Secondo l’esperienza di Eleonora, l’Italia viene vista diversamente a seconda dalla parte del mondo dalla quale la si guarda. «Tendenzialmente gli europei sono molto più scettici verso l’Italia rispetto, ad esempio, agli americani. I primi la considerano come uno stato molto arretrato, in grande difficoltà economica, soprattutto per quanto riguarda i fondi di ricerca. I secondi invece continuano ad avere una forte attrazione per il nostro paese legata per lo più al turismo e alle nostre splendide città». 

Dal punto di vista di una giovane ricercatrice, l’Italia ha perso la sua capacità attrattiva. Eleonora vuole continuare il suo percorso all’estero sperando che un giorno si possa iniziare ad investire e a scommettere molto di più sulla ricerca. «Conosco ragazzi che stanno facendo il dottorato in Italia e anche loro mi hanno detto che gli investimenti non sono all’altezza. In più, credo che il mio tipo di ricerca di base, su come il cervello funziona, non venga riconosciuta come d’impatto e di aiuto per la medicina come dovrebbe essere».  

 

[Crediti foto: Oxford Italian society]