Esclusiva

15 Maggio 2020
Addio Ezio, maestro di musica
Il ricordo di Gianni Riotta

Il musicista Ezio Bosso è scomparso oggi a 48 anni per una malattia neurodegenerativa contro la quale lottava da anni. Pianista, compositore e direttore d’orchestra, amato dal pubblico per la sua energia, la sua carica di empatia e umanità. Lascia un grande vuoto nel mondo della musica

Era una sera affollata, a un bar pieno di musica e ragazzi, atmosfera allegra, eccitata, convulsa che oggi manca come l’aria. Stavo bevendo da solo uno scotch, double Johnny Walker on the rocks, niente di che, appena peated, drink dopo il lavoro con gli amici di Conad, con il caro presidente Pugliese, su dati, narrativa, comunicazione, algoritmi, le bislacche cose su cui ci affatichiamo qui in Luiss, Master Giornalismo e Datalab. Come sempre capita a noi cronisti rifletto, “Che bello qui a Umbria Jazz, che bella Italia è questa” e mi tornano in mente i giorni da ragazzo nella mia città, quando grazie al Brass Club del leggendario Ignazio Garsia, ascoltai, conobbi e perfino intervistai, i miti del tempo, da Charles Mingus (mi diede una delle sue rarissime interviste, credo commosso dallo smilzo teen ager con monumentale registratore “portatile” in mano, ignorando le proteste della sua inviperita, biondissima, moglie) a Lee Konitz, appena scomparso per il coronavirus.

D’un tratto un ragazzo magro magro, si fece largo tra i tavolini, cercando posto per la carrozzina a rotelle su cui sedeva, accompagnato da un pugno di amici. Mi spostai senza farci caso, ringraziò e si accomodò. Parlammo tutta notte, e il giorno dopo, e tante volte ancora, l’ultima a gennaio, davanti al Cavallo Morente della Rai di viale Mazzini, lui circondato da fotografi innamorati prima di uno dei suoi ultimi concerti, io, come sempre, di fretta tra un superfluo meeting e l’altro. Ma Ezio Bosso, l’artista, il musicista, il direttore d’orchestra scomparso ieri a 48 anni, non era uomo superficiale, il solito Vip d’avanspettacolo che ci ammorba da video e con le gesta cicisbee da influencer. Era una delle persone più generose, coraggiose e magnifiche che abbia incontrato: con un gesto mi chiamò a sé e, nella rissa dei fotoreporter, io chino sulla sua sedia lui stretto a me, mi raccontò per l’ultima volta della sua arte, del suo indomito carattere, della sua anima.

Sapeva che la malattia gli stava rubando il mestiere, dopo averlo privato del movimento e di tante persone care, “Gianni, come si fa a legarle a un paziente che chiede sempre cure?”, della carriera, del palcoscenico mondiale dove, figlio di un operaio, era arrivato grazie a talento e lavoro duro. Il peso che aveva addosso lo teneva per sé, virile come un eroe dell’epica greca. Per gli altri era sempre sorridente, affettuoso, dolce. Da quando l’ho conosciuto la sua musica è la colonna sonora dei momenti scuri, e Dio sa quanti ne abbiamo avuto questa maledetta primavera.

Te ne sei andato, amico mio, con la grazia che avevi sparso su questa Terra e chi di noi ha fede ti immagina nei Cori celesti a provare un concerto inedito. Ci hai lasciato la tua arte, che il male ha accorciato, non leso. E, potessi parlarti ora, sperando che in un qualche segreto modo che a noi mortali sfugge, tu mi ascolti, ti direi, “Fratello, il morbo ti ha rubato tempo, ma ha solo reso immortale l’anima grande che avevi, ed essa è in noi, con le tue note e il tuo meraviglioso sorriso”. Tanti scrivono commossi “Riposa in pace Maestro!”, io no, io dico “Lavora come un matto, Ezio, componi musiche, finalmente hai una platea degna di te”.

Gianni Riotta

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Maestro di musica condivisa, che dilata il tempo, maestro di umanità. Prima di imparare a leggere e scrivere, Ezio Bosso impara a suonare. Ha solo 4 anni quando la musica lo sceglie perché lui, bambino prodigioso di origini modeste, ne ha bisogno più degli altri. La musica è una medicina in grado di portar via i dolori dell’infanzia, dell’adolescenza. 

Il padre tranviere, la madre operaia della Fiat, cresce in una casa piena di libri comprati a debito dai genitori e capisce presto che la vita è una lotta. La prima, più precoce, contro il pregiudizio che chi nasce figlio di operaio debba fare l’operaio, non possa diventare direttore d’orchestra. Battaglia vinta grazie a un talento puro. 

L’esordio in Francia a soli 16 anni, gli studi di composizione e direzione d’orchestra a Vienna, la sua è una formazione europea, la musica che compone e dirige scardina le porte dei più grandi teatri d’Italia e del mondo, suonata dalle orchestre della London Symphony, della Sydney Opera House e della Carnegie Hall di New York, del San Carlo di Napoli e del Teatro Regio di Torino, sua città natale. 

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Quella di Ezio Bosso è una carriera in crescendo, scandita da premi – è per due volte vincitore del premio Flaiano, nel 2003 e nel 2005 – e collaborazioni, come con il regista Gabriele Salvatores, per il quale scriverà la colonna sonora di film come Io non ho paura Quo vadis, baby? fino al più recente Il ragazzo invisibile

Poi arriva la malattia, nel 2011. Operato per un tumore, nello stesso periodo una patologia neurologica degenerativa colpisce il suo corpo, le sue gambe, le sue mani. Suonare diventa faticoso, le note pesano come pietre. È una nuova lotta contro un nemico più difficile da battere, più del pregiudizio. La soluzione è un pianoforte su misura, con tasti più leggeri, della metà del peso normale. Si definisce “un uomo con una disabilità evidente, in mezzo a tanti uomini con disabilità che non si vedono”.

La stanchezza che paralizza e incatena al letto è divorata dall’energia per la musica. L’entusiasmo è nelle mani che corrono sui tasti e incantano tutti nell’esibizione del brano Following a Bird,al Festival di Sanremo del 2016, che gli regala la notorietà presso il grande pubblico. 

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L’entusiasmo è nelle braccia che vorticano quasi a voler abbracciare i suoni, nel sorriso e nello sguardo con cui dirige le orchestre, senza spartito, forte di una memoria eidetica incredibile. “Il tempo è un pozzo nero. E la magia che abbiamo in mano noi musicisti è quella di stare nel tempo, di dilatare il tempo, di rubare il tempo. E la musica, tra le tante cose belle che offre, ha la caratteristica di essere non un prodotto commerciale, ma tempo condiviso. E quindi, in questo senso, il tempo come noi lo intendiamo non esiste più”. 

Ezio Bosso fa musica con il corpo, nonostante il corpo. La musica sta nel silenzio, nelle pause che creano la tensione, l’attesa. È fatta di note leggere e fisiche, che si staccano dagli strumenti quasi visibili e prendono per mano l’ascoltatore, conducendolo nelle più diverse stanze del suono e, fuor di retorica, della vita. The 12th Room, la dodicesima stanza, il titolo del suo primo album da solista, uscito nel 2015. 

“C’è una teoria antica che dice che la vita è composta da dodici stanze. Sono le dodici in cui lasceremo qualcosa di noi, che ci ricorderanno. Dodici sono le stanze che ricorderemo quando passeremo all’ultima. Nessuno può ricordare la prima stanza perché quando nasciamo non vediamo, ma pare che questo accada nell’ultima che raggiungeremo. E quindi si può tornare alla prima. E ricominciare”.

Nell’ultimo periodo, confinato in casa senza poter suonare e incontrare il suo pubblico, ha continuato a infondere energia e ottimismo in vista di un futuro di ricostruzione, dopo la quarantena, tutti insieme. 

Non lo ha risparmiato la malattia che già da un anno aveva bloccato le sue mani, rendendogli impossibile suonare altra musica. A 48 anni ha attraversato l’ultima stanza, pronto tuttavia a ricominciare, a rinascere, come diceva, nota per nota.