Esclusiva

20 Maggio 2020.
 
Ultimo aggiornamento: 12 Giugno 2020
Vita, giorno uno. Il lockdown visto da Palermo

«Dovevo rimanere in città per un fine settimana. Sono qui da due mesi». Il lockdown visto dalle mura di casa, a Palermo

Per il suo primo anno di pensione, mio padre aveva grandi programmi. Andare a pesca, occuparsi della campagna, godersi il mare di maggio prima dell’assalto estivo alla Sicilia.
Quando a marzo decisi di tornare a Palermo, preparai una valigia coi vestiti necessari per un fine settimana. Era venerdì, l’idea era quella di salutare i miei genitori, trascorrere del tempo con la mia ragazza per poi tornare a Roma, pronto per un’altra settimana di lezioni.
Lunedì sera viene annunciato il lockdown, io sono a casa da allora. I piani di mio padre finiscono nel ripostiglio insieme alle canne da pesca.

Vita, giorno uno. Palermo


Mia madre, invece, non ha smesso di lavorare un giorno. Dirigente dell’assessorato alla salute siciliano, l’emergenza Covid ha monopolizzato le sue attività. Unica di noi tre giustificata a uscire, diventa l’anello di congiunzione tra me e una città che, in fondo, sembra non essersi accorta della pandemia mondiale in atto.
A volte mi sento l’unico a rispettare le regole di distanziamento sociale. Una sensazione alimentata dall’invidia per le poche persone di passaggio entro la linea di vista offerta dal mio balcone. I dati sulle sanzioni diffusi dal comune mi danno torto almeno in parte, ma la voglia di uscire mi porta a mal sopportare un isolamento a tempo indefinito.

Vita, giorno uno. Il lockdown visto da Palermo


Una domenica vado con mio padre sul terrazzo condominiale. Nel salire le scale aumenta anche la positività del mio umore. In quel porto franco sospeso tra pubblico e privato incontriamo un vicino di casa. La nipote pedala allegra spingendo avanti il suo triciclo viola. Racconta di sua figlia che si è trasferita a casa sua, così da avere un aiuto con la bambina. Il cielo è terso e le strade vuote. I palazzi più alti del mio si stagliano sull’orizzonte impedendone la vista, come un’imitazione poco poetica della siepe nell’Infinito leopardiano.
Non che ci sia molto da vedere, oltre l’affastellarsi di condomini che soppiantarono gli edifici liberty durante il sacco di Palermo. Oltre, Monte Pellegrino, il promontorio costiero simbolo della città che ospita il santuario della veneratissima patrona della città, Santa Rosalia. Più che la devozione quasi eretica che caratterizza alcuni cittadini, sono affezionato all’altura per la strada che porta alla cima. Panoramica e tortuosa, da percorrere in moto senza tenere troppo sott’occhio il tachimetro.

Vita, giorno uno. Il lockdown visto da Palermo


Il rito, quando si rientra a casa, è sempre lo stesso: guanti nel sacchetto accanto la porta, in bagno a lavare le mani, una spruzzata di gel e si può togliere la mascherina. Va messa dentro il fornetto agli ultravioletti da estetista, riadattato a improvvisato sterilizzatore. È una delle abitudini che ti ricorda perché non puoi uscire di casa. I giorni si susseguono, inanellandosi uno all’altro come a formare un nuovo e monotono quotidiano. Leggo gli elogi alla solitudine che fioriscono su i social, e mi chiedo che cosa ci sia di bello nello stare chiusi in casa mentre ancora muoiono in centinaia.

La spesa durante il lockdown

Il 18 maggio arriva in punta di piedi. Non tutto è tornato normale. Non l’università, non la scuola o i teatri. Non Palermo. Scorro con la mente i motivi per i quali, pur potendo, non dovrei uscire. Non ne trovo. Metto guanti e mascherina e salgo sulla moto. La direzione già la so: Monte Pellegrino. Arrivo in cima e scatto una foto. Vita, giorno uno.

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