Esclusiva

19 Giugno 2020.
 
Ultimo aggiornamento: 14 Luglio 2020
«Il grande paradosso» l’America nata tra libertà e schiavitù

La statua di colui che inserì il famoso “diritto al perseguimento della Felicità” nella Dichiarazione d’indipendenza americana, Thomas Jefferson, è stata vandalizzata e abbattuta. La morte di George Floyd ha riportato al centro del dibattito in America la questione razziale, affrontata ora sotto vari punti di vista

«Se un’anima è piena d’ombra, peccherà. Ma il colpevole non è chi ha fatto il peccato, bensì chi ha fatto l’ombra». Così Martin Luther King Jr., in un discorso pronunciato a Washington nel settembre 1967, cita l’opera di Victor Hugo I Miserabili. Di lì a sette mesi il difensore dei diritti degli afroamericani e Premio Nobel per la pace sarebbe stato assassinato a Memphis, Tennessee. Il discorso venne pronunciato all’indomani della cosiddetta “Long, hot summer”, la lunga estate calda, caratterizzata da un’ondata di violente proteste degli afroamericani diffusesi in tutti gli Stati Uniti.

Riferendosi alle sommosse delle persone di colore King disse: «C’è uno scopo ironico in questa scelta; nell’attaccare una società che sembra amare la proprietà più delle persone, le peggiori ferite da infliggerle sono proprio quelle alla proprietà. […] Non c’è probabilmente altro modo, persino eliminando la violenza, per le persone di colore di ottenere i propri diritti senza turbare la tranquillità dei bianchi. Troppi di loro chiedono tranquillità, quando in realtà intendono diseguaglianza».

«Noi riteniamo che queste verità sono per sé stesse evidenti: che tutti gli uomini sono creati eguali; che essi sono dal Creatore dotati di certi inalienabili diritti, che tra questi diritti vi sono la Vita, la Libertà, e il perseguimento della Felicità», così recita la Dichiarazione d’indipendenza americana, firmata a Philadelphia il 4 luglio del 1776, la cui prima bozza fu redatta principalmente da Thomas Jefferson. Lunedì 15 giugno il piedistallo della statua di Jefferson, posta fuori da un liceo nell’Oregon che porta il suo nome, è stato imbrattato con la scritta “slave owner”, possessore di schiavi, e con il nome dell’ennesimo afro-americano caduto sotto la brutalità della polizia americana lo scorso 25 maggio e ormai diventato famoso in tutto il mondo: George Floyd.

La vandalizzazione della statua di Jefferson si somma alla già lunga lista di monumenti, soprattutto di leader confederati e di Cristoforo Colombo, presi di mira dai manifestati a seguito della morte di Floyd. Jefferson è accusato di aver posseduto centinaia di schiavi durante la sua vita, compresa Sally Hemings, violentata dal famoso padre costituente quando aveva solo 14 anni. La storia di Jefferson esemplifica come, all’epoca della stesura della Dichiarazione, agli schiavi presenti in America, soprattutto negli Stati del Sud, non fosse riconosciuto alcun diritto, tanto meno quello alla “Libertà” o al “perseguimento della Felicità”.

Bisognerà aspettare la fine della Guerra civile americana (1861-1865), tra unionisti abolizionisti e confederati schiavisti, per assistere all’abolizione della schiavitù negli Stati Uniti. Tuttavia da allora gli afroamericani non saranno realmente liberi, soprattutto negli Stati del Sud, dove subiranno segregazione razziale e discriminazione e verranno messe in piedi tattiche per escluderli dal voto e renderli così impossibile partecipare alla vita politica del proprio Stato. Bisognerà attendere la metà degli anni 50’ e il movimento per i diritti civili degli afroamericani affinché qualcosa cambi, come con il Civil Rights Act del 1964, che dichiarò illegale la segregazione razziale nelle scuole, sul posto di lavoro e nelle strutture pubbliche in generale.

Tuttavia la questione razziale è tornata a farsi sentire negli Stati Uniti dopo che, il 25 maggio a Minneapolis, un afroamericano di 46 anni, George Floyd, è morto dopo che un poliziotto bianco, Derek Chauvin, gli ha tenuto un ginocchio premuto sul collo per 8 minuti. Le ultime parole di Floyd pronunciate in quei fatidici 8 minuti, “I can’t breathe”, sono diventate il grido di dolore e di battaglia di afroamericani e non, contro la brutalità della polizia statunitense che non è nuova a certi episodi di uso sproporzionato della forza contro sospetti afroamericani.

Rayshard Brook (recentemente ferito a morte dalla polizia in Georgia), Eric Garner (morto in circostanze simili a quelle di Floyd), Breonna Taylor (uccisa in Kentucky dalla polizia che aveva fatto irruzione nel suo appartamento) o Stephon Clark (un ventiduenne ucciso nel 2018 da due agenti nel giardino di casa sua in California) sono solo alcuni esempi di questo fenomeno che ha suscitato la rabbia del movimento Black Lives Matter (BLM), nato nel 2013, e proteste e rivolte in tutti gli Stati Uniti.

«Sicuramente una continuità storica con gli eventi che seguirono l’uccisone di King c’è» dice l’anglista Alessandro Portelli quando gli viene chiesto se vede una continuità tra i movimenti BLM di adesso con il movimento per i diritti civili degli anni 50 e 60. «L’unica cosa che mi pare cambiata è che ora c’è come bersaglio la violenza della polizia mentre allora erano solo parte di un discorso più ampio. Poi è cambiato il fatto che non c’è solo la componente afroamericana. Le ribellioni di questi giorni coinvolgono persone che hanno subìto gli effetti della globalizzazione, della polarizzazione della ricchezza, della crescente emarginazione. C’è una società sempre più disuguale negli Stati Uniti per cui non sono più soltanto i neri che hanno motivo di ribellarsi. Poi storicamente le rivolte afroamericane erano rimaste delimitate all’interno dei quartieri abitati in prevalenza dalle persone di colore mentre questa volta hanno investito le città nel loro complesso e sono uscite dai ghetti».

Dello stesso parere anche Juan Castillo, giornalista dell’Austin American-Statesman che ha seguito le proteste BLM in Texas: «In questo caso [rispetto al movimento per i diritti civili] ci sono più bianchi coinvolti che hanno gli stessi obiettivi dei neri: vogliono vedere la legge cambiata. In particolare queste proteste sono focalizzate sulla violenza della polizia mentre negli anni ’60 c’erano altre questioni come per esempio permettere agli afroamericani di avere gli stessi diritti, mangiare negli stessi ristoranti ed essere ammessi negli stessi spazi pubblici (dei bianchi ndr). Quindi ci sono alcune somiglianze e alcune differenze. Queste nuove proteste sono multigenerazionali: ci sono giovani, anziani, bianchi, neri e tanti altri. C’è molta rabbia e molta speranza che tutto questo possa portare al cambiamento».

Il primo obiettivo quindi, secondo il giornalista, è vedere riformata la polizia: «I manifestanti pensano che la polizia possa prima di tutto cercare di contenere la situazione anziché uccidere i sospetti afroamericani. Potrebbero evitare di usare certe pratiche come il “chokehold” (una presa usata per immobilizzare i sospetti ndr) che la polizia usa e che si è rivelata mortale in alcuni casi. Inoltre, c’è l’impressione che alcune volte le persone che sono morte non dovevano morire…nel caso di George Floyd non solo non aveva un’arma ma era ammanettato. Le persone pensano che questi eventi siano emblematici del tipo di violenza usata dalla polizia un po’ troppo spesso e l’impressione è che ciò accada il più delle volte con dei sospetti afroamericani o latinos e che la polizia tratti invece in modo diverso i sospetti bianchi».

La rabbia delle proteste non si è diretta, tuttavia, solamente verso i metodi della polizia ma si è riversata anche verso i simboli dell’oppressione dell’uomo bianco verso le persone di colore. È successo così che i manifestanti abbiano vandalizzato o distrutto statue che ritraevano per lo più leader confederati: dal generale Robert E. Lee in Alabama a Lawrence Sullivan Ross in Texas, fino ad arrivare alle statue di Cristoforo Colombo sparse per gli Stati Uniti, che sono state abbattute e, in alcuni casi come a Boston, decapitate. L’esploratore italiano è considerato una figura controversa, date le conseguenze che il suo arrivo ebbe per le popolazioni indigene americane. Molto spesso le statue sono state vandalizzate o abbattute da movimenti spontanei ma in altri casi sono stati i sindaci di alcune città che hanno deciso di rimuovere spontaneamente questi simboli.

«Il grande paradosso» l'America nata tra libertà e schiavitù
La statua di Colombo decapitata a Boston, Massachusetts. EPA/CJ GUNTHER

«Fare un monumento a qualcuno significa che quel qualcuno è un grande uomo e che quindi è un modello che ci rappresenta. Rimuovere alcuni segni di dominio di un gruppo etnico su un altro, come è il caso della statua di Robert E. Lee a Charlottesville, significa prendere atto che l’eredità della schiavitù e del sud schiavista è un’eredità in cui non ci riconosciamo più. Fino a quando si tiene la statua di una figura del genere al centro di una città vuol dire che stai dalla parte di quel personaggio e pensi che quel personaggio debba essere celebrato e onorato» dice Alessandro Portelli.

«Negli Stati Uniti c’è una parte che dice che le statue e i monumenti sono storia e la storia dovrebbe essere preservata. Ma c’è un’altra parte, molto più numerosa, che pensa che questi monumenti glorifichino gli Stati che hanno combattuto per preservare la schiavitù. E c’è un numero di persone crescente in questo Paese che crede che il motivo per cui abbiamo tutta questa violenza della polizia oggi è perché c’è stata la schiavitù delle persone di colore 400 anni fa; e questa parte crede che i monumenti, le statue e le bandiere confederate dovrebbero essere vietate perché onorano la schiavitù» dice Castillo.

«Quando vedi una persona di colore o un latino picchiato dalla polizia capisci che è il sintomo di qualcosa di più grande. Il trattamento ineguale che hanno avuto le persone di colore nella storia di questo Paese è un argomento davvero pesante perché c’è quest’immagine dell’America come il Paese della libertà e giustizia per tutti, fondato sull’idea della libertà per tutti. Ma allo stesso tempo il grande paradosso è che è stato fondato sulla schiavitù dei neri» continua il giornalista.

Sull’onda delle proteste Black Lives Matter anche il famoso Via col Vento, film di Victor Fleming del 1939, è stato messo in discussione. A seguito di un editoriale apparso sul Los Angeles Times dello sceneggiatore premio Oscar per 12 anni schiavo, John Ridley, HBO Max ha infatti ritirato temporaneamente la pellicola dal suo servizio di streaming. L’accusa- si legge nell’editoriale- è quella di «romanticizzare gli orrori della schiavitù».

«Il grande paradosso» l'America nata tra libertà e schiavitù
Una scena di Via col Vento

«La questione Via col Vento è: un’impresa privata, la HBO, che ha deciso di sospendere brevemente la programmazione perché prevede di rimetterlo nel catalogo con un minimo di apparato critico. È come se dicessimo che è un insulto alla memoria che in Germania abbiano pubblicato il Mein Kampf di Hitler mettendoci intorno una prefazione che annuncia “Attenzione questo libro è pericoloso”. Di questo si tratta, nessuno ha censurato Via col Vento, nessuna copia di Via col Vento è stata bruciata in piazza. È una paranoia questa storia di Via col Vento che serve tendenzialmente a dire “non cambiate niente la storia appartiene a noi e guai a chi si permette di dirci che può essere raccontata in un altro modo”», conclude su questo punto Portelli.