Esclusiva

28 Giugno 2020
Il diario della quarantena di Guido Santevecchi

Il corrispondente da Pechino per il Corriere della Sera racconta la sua quarantena in Cina con un diario su Twitter e la nuova ondata di contagi nella capitale cinese

«Chiuso in una stanza per giorni non puoi non pensare al tempo sprecato. È una cosa che può capitare sempre, ma quando sei costretto è diverso. Ormai conosco bene la Cina, immaginavo come sarebbe stato il rientro ed è andata esattamente così. Escluso per una sorpresa negativa, in televisione non funzionava il canale sportivo… speravo in quello almeno!». Nessuno poteva entrare nella stanza di Guido Santevecchi, corrispondente da Pechino per il Corriere della Sera dal 2016, per aggiustare la sua tv. In isolamento forzato in un albergo di Tianjin, importante città portuale della Cina settentrionale, al giornalista non era permesso uscire dalla stanza e a nessuno entrare, così per 14 giorni i suoi unici contatti sono avvenuti tramite l’app di messaggistica cinese WeChat e Twitter, tra tentativi di sbucciare una mela con le bacchette e i selfie di incoraggiamento a debita distanza con il suo medico, il dottor Chen.

https://twitter.com/guidosant/status/1272028175086710785

Per difendere la capitale cinese dal virus nessun volo atterra più a Pechino, nelle città dove sono stati dirottati i voli come ad esempio Nanchino e Tianjin ci sono alberghi, come quelli di Guido, utilizzati per la quarantena. «Chi non ha un posto dove poter stare in isolamento viene inviato, a sue spese, in una di queste strutture dove il personale dell’albergo è fatto da infermieri e medici che circolano nei corridoi dell’albergo in tuta bianca». Ad accogliere il suo arrivo nella stanza non solo saponette, shampoo o ciabatte, ma un kit sanitario compreso di mascherina, guanti, termometro ed istruzioni per la quarantena: non uscire dalla stanza ed evitare qualsiasi contatto. «Gli infermieri bussavano alla porta e lasciavano i pasti fuori dalla stanza, mentre ero in contatto con il responsabile sanitario dell’albergo su WeChat». Sull’applicazione, utilizzata in Cina non solo per messaggi ma anche per pagamenti e come social network, arrivavano i messaggi premurosi del dottor Chen per controllare lo stato di salute del suo paziente e qualche volta anche musica italiana.

«Ho avuto molto tempo per pensare e per lavorare», e infatti restare bloccato in una stanza non gli ha impedito di portare avanti la ricerca di storie, nonostante la sofferenza per l’impossibilità di poter lavorare sul campo: «Io amo girare, sono il tipo di cronista a cui piace recarsi sul posto e fare 10 chilometri al giorno nel tentativo di parlare con tutti per strada». Dalla sua camera con vista su travi in acciaio arrugginite e sui poliziotti che presidiavano il cortile per tutto il giorno, Guido ha raccontato la Cina e la paura per la nuova ondata di contagio a Pechino. «Continuavo a parlare con molti dei miei contatti nella capitale che mi raccontavano della loro preoccupazione per il nuovo focolaio nel mercato di Xinfadi. Sono stati loro a raccontarmi dello zio Tang, una storia affascinante perché mostra la responsabilità di questo cittadino. Contagiato dal Covid19 non ha preso mezzi per non essere un pericolo per gli altri, ha raggiunto l’ospedale in bicicletta nonostante fosse stremato dal virus. Una bellissima figura». Questo gesto ha permesso alle autorità cinesi di identificare e contenere il nuovo focolaio nella capitale.

In Cina erano tutti sollevati per l’azzeramento dei contagi negli ultimi due mesi, a Pechino la vita di tutti era tornata alla normalità tra locali aperti e gente per strada, l’unico segno della pandemia restava l’obbligo della mascherina. «Oggi la città è cambiata di nuovo. La gente è chiusa in casa oppure è in fila, in modo ordinato e rapido, per fare tamponi». L’ultimo giorno di quarantena l’avviso per la «desegregazione, così chiamano questa procedura» su WeChat,  da parte dell’ormai fedele Dottor Chen e il giorno dopo, come promesso, alle 13:46 il giornalista è partito per il suo ufficio a Pechino,ma non prima di aver salutato con una foto ricordo la responsabile dell’albergo e gli infermieri. «Arrivato nella capitale ho firmato delle carte e scaricato un programma su WeChat che dovrebbe darmi un codice verde per poter entrare nei supermercati o in metro. Senza di questo non ho il via libera per poter circolare». Un codice a tre livelli per contenere i contagi e gli spostamenti delle persone: «Con il verde puoi uscire tranquillo perché vuol dire che il tampone è risultato negativo, mentre il codice rosso ti obbliga a stare a casa. C’è anche quello arancione, ma sto ancora cercando di caprie cosa indica», ammette Guido.

Nella città sono stati adibiti laboratori provvisori in strutture come container o roulotte per permettere di controllare tutti con il tampone e snellire le procedure. «Riuniscono la gente in base alla zona di provenienza, raccolgono cinque test e li analizzano insieme. Partono dal dato statistico che nessuno è contagioso, se la zona non è tra quelle a rischio, se il risultato è questo allora il gruppo è libero di andare altrimenti viene rifatto il test». In questo modo sono stati effettuati 2,5 milioni di tamponi in 10 giorni, un controllo di massa grazie a cui il virus sarà presto sotto controllo secondo il Centro cinese per il Controllo e la Prevenzione delle Malattie. E mentre si continua ad indagare sul ceppo da cui si è diffuso il nuovo focolaio e lavorare al contenimento di esso per evitare una nuova ondata di contagi, Guido Santevecchi nel suo ufficio a Pechino si gode una nuova vista. «Il meteo dice giornata di sole, lievemente inquinato. Bah, quasi quasi torno a Tianjin a farmi chiudere in albergo… o mi chiudo qui a lavorare», scrive su Twitter senza abbandonare il suo diario.