Esclusiva

10 Maggio 2021
Oscar 2021, perché così seri?

Il compito di Hollywood è quello di far riflettere o di intrattenere? Abbiamo parlato con la critica cinematografica, già direttrice del Manifesto, Mariuccia Ciotta a proposito degli Oscar di quest’anno

«Il New York Times ha scritto che il cinema-sogno è finito, a causa dell’assenza dei grandi film che purtroppo quest’anno non sono stati presentati agli Oscar». Questo il commento rilasciato a Zeta da Mariuccia Ciotta, giornalista, critica cinematografica ed ex-direttrice del Manifesto, il cui ultimo libro, in collaborazione con Roberto Silvestri, s’intitola “Bambole Perverse. Le ribelli che sconvolsero Hollywood” (La Nave di Teseo).

Il riferimento è a un editoriale di Maureen Dowd in cui vengono riportate varie opinioni sui film in concorso e, in generale, su questa stagione degli Oscar apparsa decisamente sottotono a causa della pandemia.

«Non pretendo di andarmene dal cinema fischiettando», si legge nell’articolo, «ma non farebbe male una volta ogni tanto fare un film che non mi faccia venir voglia di fare il bagno con il tostapane». Il punto dell’editoriale è che, sebbene sia lodevole che quest’anno la diversità sia stata premiata dall’Academy, «con 9 delle 20 nomination per la recitazione andate a persone di colore», tuttavia, le storie candidate a miglior film sono troppo personali, virano troppo sul cinema d’autore, risultando così «meno universali e maggiormente rivolte ad un pubblico ristretto». Il punto della Dowd è che Hollywood è un business e, come tale, oltre a riflettere sui cambiamenti in atto nella società americana, dovrebbe intrattenere e far sognare le folle.

«Secondo me il New York Times sbaglia» dice Ciotta. «Questo cinema apre nuovi orizzonti grazie anche alla diversità di tematiche e di registi. È bello vedere tutta questa varietà: registi coreani, danesi e sino-americani, come Zhao [prima donna di colore e seconda donna in generale a vincere l’Oscar alla regia con Nomadland, ndr]. C’era un panorama completamente nuovo rispetto al solito. Soltanto grazie alla diversità si comunicano nuove emozioni e da questo deriva “il sogno”».

Alcuni, tuttavia, avrebbero voluto più leggerezza e meno duro realismo. I film in concorso invece sembrano quasi tutti (a eccezione di Mank), affondare le proprie radici nell’effervescente stagione di impegno sociale e politico che l’America sta attraversando in questo periodo: dal #MeToo a Black Lives Matter.

Nella rosa dei candidati a miglior film figuravano per esempio: Una donna promettente, di Emerald Fennell, che riflette sul tema dello stupro e del consenso; Judas and the Black Messiah, che narra la vicenda di Fred Hampton, leader delle Pantere Nere; Sound of Metal che tratta del tema della disabilità; Il processo ai Chicago 7, che narra di una storia di impegno civile americano e Minari, basato sulle vicende di una famiglia di coltivatori coreani in America.

Il vincitore nella categoria miglior film, Nomadland, racconta la storia di una donna non più giovane che dopo la crisi del 2008 e il fallimento della miniera dove lavorava, è costretta a una vita itinerante in un furgone che diventerà la sua casa mobile. Le persone che incontra durante il viaggio diventeranno una seconda famiglia che le insegnerà anche i trucchi pratici per sopravvivere alla vita su strada. La scena in cui Fern (interpretata dalla premio Oscar Frances McDormand) evacua dentro un bidone di plastica posizionato all’interno del suo furgone è quanto di più distante ci possa essere dall’idea di una Hollywood glamour in stile Eva contro Eva.

«È interessante considerare il fatto che, al contrario di quanto successo dopo l’epidemia di spagnola – che ha fatto strage dal 1918 al 1920 – in cui il cinema si è riorganizzato verticalmente, con l’imposizione delle major che hanno spazzato via i piccoli produttori, adesso ci si è interessati a un cinema che cerca di rinnovarsi e cambiare il mainstream, aprendosi a nuove strade», dice Ciotta.

Il dibattito sul ruolo dell’arte – se questa debba far riflettere o intrattenere – è uno dei più antichi.

Quando Jean-Luc Godard passò dal cinema d’intrattenimento a quello militante, per esempio, molti non lo seguirono, ed ebbero nostalgia di film come Fino all’ultimo respiro (1960) e Bande à part (1964). «Un filosofo francese, Jacques Rancière, dice che il cinema non deve affiancare il mondo ma deve “fare mondo”. Cioè deve aprirti nuovi orizzonti, devi vedere il mondo in un altro modo», dice Ciotta.

Forse quest’anno, nonostante le aspettative dettate dalla pandemia in corso, ciò che è prevalso nell’industria cinematografia statunitense non è la voglia di fuggire, di evadere, di non pensare, ma la voglia di lottare, di guardare il mondo così com’è e provare a cambiarlo.

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