Esclusiva

8 Dicembre 2021.
 
Ultimo aggiornamento: 14 Gennaio 2022
“Zaki libero? Non è detto”. Parla l’amico di sempre

L’amico di Patrick Zaki, Mohamed Hazem Abbas, commenta in esclusiva per Zeta l’annuncio della scarcerazione del ricercatore egiziano esprimendo perplessità: “In passato è già accaduto che il tribunale decidesse di rilasciare un detenuto e poi, a distanza di poco tempo, bloccasse la scarcerazione”

“Zaki libero? Non è detto”. Parla l’amico di sempre
Patrick Zaki, sulla destra, insieme all’amico Mohamed Hazem Abbas

“Sarò molto felice quando Patrick sarà scarcerato, ma aspetto di vedere cosa succederà nelle prossime ore e nei prossimi giorni”: appena appresa la notizia della scarcerazione di Patrick Zaki, parla Mohamed Hazem Abbas, amico fraterno del ricercatore dell’Università di Bologna detenuto da quasi due anni nelle carceri egiziane con l’accusa di aver diffuso notizie false attraverso articoli e contenuti pubblicati in rete.
Hazem Abbas lavora a Berlino come ingegnere ed è portavoce del gruppo “Patrick Libero”, fa inoltre parte dell’organizzazione “Revolutionary Socialists Egypt”. Ha conosciuto Patrick Zaki più di dieci anni fa all’Università tedesca del Cairo. Per Zeta commenta in esclusiva la situazione.

Come giudichi la scarcerazione di Zaki? Pensi sia un buon segnale e che Patrick possa presto essere assolto?

Sarò molto felice se Patrick sarà scarcerato, ma aspetto di vedere cosa succederà nelle prossime ore o nei prossimi giorni. Non sappiamo ancora se l’accusa si opporrà alla decisione del giudice. In passato è già accaduto che il tribunale decidesse di rilasciare un detenuto e poi, a distanza di poco tempo, bloccasse la scarcerazione a seguito di un’opposizione da parte di un pubblico ministero. È quello che mi preoccupa di più in queste ore. Inoltre, anche se Zaki venisse rilasciato, non ne consociamo ancora le modalità.

Vale a dire?

Non sappiamo se avrà la possibilità di muoversi liberamente in Egitto o di spostarsi all’estero. E poi non dobbiamo dimenticare che Patrick è ancora sotto processo. Vedremo cosa succederà il primo febbraio, quando si terrà la nuova udienza.

Ti aspettavi che oggi il tribunale disponesse il rilascio di Zaki?

No, se devo essere sincero, non me lo aspettavo affatto. E per questo cerco di rimanere positivo.

Hai avuto la possibilità di parlare con Patrick?

No, non ancora.

Da quanto tempo non lo senti?

Dal giorno in cui è stato arrestato. Da allora, solo la sua famiglia ha potuto parlarci.

Pensi che il governo italiano abbia avuto un ruolo nella decisione assunta dal tribunale egiziano?

Non lo so. Posso dirti che negli ultimi giorni ho assistito a numerose proteste organizzate dalla società civile, come quelle di Amnesty International o quelle messe in atto dagli amici di Patrick, ma non ho visto azioni convincenti da parte del governo italiano. La mia opinione è che l’Italia non abbia fatto abbastanza in questa vicenda.

Se potessi rivolgerti al governo italiano, cosa diresti?

In generale, penso che l’Italia debba riconsiderare i suoi legami con l’Egitto. Il governo egiziano ha ricevuto una forte legittimazione dal supporto di numerosi Paesi europei e americani. Mi riferisco a una serie di progetti finanziati dai governi occidentali in Egitto. Non dico che queste operazioni vadano bloccate, ma bisognerebbe riconsiderarle. In particolare, dovrebbe farlo anche il governo italiano, visto che l’Italia è uno dei maggiori esportatori di armi in Egitto.

Quali sono, secondo te, le reali motivazioni dell’arresto di Zaki?

Credo che quello che è accaduto a Patrick e ad altre persone sia una ritorsione contro chiunque abbia partecipato alla rivoluzione egiziana. D’altra parte, negli ultimi sette anni, chiunque abbia preso parte alla Primavera Araba è stato perseguitato, in Egitto. E poi, Patrick fa parte di una minoranza cristiana (quella copta, ndr) e questo è un ulteriore elemento che può aver contribuito al suo arresto di due anni fa.