Esclusiva

29 Dicembre 2021
Il Test di Bechdel e il cinema femminista del 2021

Nasce da un’illustrazione degli anni Ottanta uno dei più noti metodi di sensibilizzazione sulla diseguaglianza di genere in ambito narrativo

«In Alien (Ridley Scott, 1979) le due donne parlano soltanto di mostri». È questo l’esempio che la fumettista Alison Bechdel fa in una celebre vignetta del 1985 per spiegare quello che diventerà, quasi per gioco, il Test di Bechdel. Un esame empirico femminista per valutare la rappresentazione femminile in relazione a quella maschile nelle opere di finzione.

Sono tre le semplici premesse che un film – ma anche una serie tv, un libro o un videogioco – deve soddisfare per superare la prova: «avere almeno due donne tra i personaggi che parlino tra loro di qualsiasi argomento che non riguardi un uomo».

Non si tratta di un metodo qualitativo o scientifico, infatti non permette di valutare importanti variabili come la rappresentazione sessista o razzializzata delle donne, però offre uno spunto di riflessione per iniziare a individuare meccanismi automatici di cui, da spettatori, raramente ci si accorge.

Con il 2021 ormai concluso è già possibile allora provare a redigere una lista di fine anno diversa dal solito, per scoprire se i film migliori o di maggior successo superano la prova.

Contro ogni previsione, per esempio, è necessario eliminare subito le due opere più importanti dell’anno: Titane di Julia Ducournau e La scelta di Anne – L’événement di Audrey Diwan, ossia la Palma d’oro di Cannes e il Leone d’oro di Venezia. Entrambe infatti hanno come protagonista una sola donna che interagisce poco con altre donne e se lo fa è in rapporto al maschile. Alexia in Titane diventa infatti complementare al co-protagonista Vincent e Anne in L’événement costruisce di continuo parallelismi con i colleghi uomini a causa della gravidanza che le impedisce di proseguire la carriera accademica. In realtà qui si notano anche i limiti metodologici del test, che non è in grado, per esempio, di evidenziare come in ambedue i casi sia già la prospettiva della regia a essere orientata sulla donna come soggetto e non oggetto del discorso, rendendo il Bechdel di fatto nullo.

Allo stesso modo, il test non può essere indice di valore di opere che, pur rientrando tra i migliori film del 2021, non hanno più di una protagonista: da Il potere del cane di Jane Campion a La persona peggiore del mondo di Joachim Trier.

A sorpresa, invece, è la Marvel (nell’opinione comune molto lontana dalla visione femminista) a rivelarsi in linea con i requisiti di Bechdel. In particolare Eternals, diretto dal Premio Oscar Chloé Zhao, mette in scena una rappresentazione di genere equilibrata sia dal punto di vista quantitativo che qualitativo. Le cinque protagoniste – bilanciate da altrettanti uomini – tra loro parlano solo della missione da compiere, non delle relazioni con il sesso opposto. Questo non esclude l’esistenza delle relazioni stesse, ma almeno non riduce soltanto ad esse la funzione dei personaggi femminili.

Nel panorama italiano, invece, sono forse soltanto due i film degni di nota che rispondono all’osservazione empirica di Bechdel: A Chiara di Jonas Carpignano e L’Arminuta di Giuseppe Bonito. Nel racconto sulla ‘ndrangheta attraverso gli occhi di un’adolescente, Carpignano riesce infatti a inserire anche il confronto etico e generazionale fra Chiara, le sorelle e la madre. La situazione è simile anche nel film di Bonito, in cui la protagonista si scontra con la visione del mondo della madre biologica e trova una preziosa alleata nella sorella minore. Unico difetto, in questo caso, è che l’arminuta non ha un nome, mentre il Bechdel lo richiede.

Non è forse un caso che la maggior parte dei titoli citati siano anche diretti da donne. Tuttavia, senza arrivare a interpellare le teorie di Laura Mulvey sul male gaze – lo sguardo maschile predominante e privilegiato che permea il cinema fin dalle sue origini – è già sufficiente pensare ai tre punti del Test di Bechdel per raggiungere un primo grado di consapevolezza del mezzo cinematografico in termini di rappresentazione egualitaria del genere.

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