Esclusiva

7 Gennaio 2022.
 
Ultimo aggiornamento: 10 Gennaio 2022
«Siamo ancora vivi» Una primavera di sangue e libertà

Ali Maisam Nazary, il portavoce della resistenza afghana, smentisce la loro sconfitta e annuncia l’inizio della riconquista

La strada principale del Panjshir solca il divario che separa la valle. Sui due lati i dirupi delle montagne ospitano zone impervie, nascondigli, grotte profonde nascoste dal manto di neve invernale. È da lì che l’NRF, la resistenza nazionale afgana, lancia i suoi attacchi a sorpresa. Ogni giorno le squadre talebane e i convogli risalgono i pendii in una lenta conquista. Dall’altro lato l’esercito comandato da Ahmad Massoud li respinge con continue imboscate.

«Siamo ancora vivi e siamo pronti a riprenderci il nostro paese». Ali Maisam Nazary, portavoce dell’NRF, non ha dubbi sulle prospettive dell’Afghanistan. Con la caduta di Kabul il 15 agosto, i ribelli si sono organizzati e i generali hanno condotto le truppe nel Panjshir. Per Daniele Garofalo, analista ed esperto di jihadismo, «lo scontro frontale era impossibile. Per la prima volta i talebani, che provengono in gran parte dal territorio meridionale, contavano tra le loro file soldati delle regioni settentrionali che conoscevano il campo di battaglia».

La formazione dell’NRF ha visto ai suoi apici l’ala politica che a lungo ha composto l’opposizione nel parlamento afgano. Serviva però un volto simbolo che unificasse la resistenza. La scelta fu immediata: Ahmad Massoud, figlio del generale Massoud, il “Leone del Panjshir”. Portavoce di un Islam illuminato, il nuovo capo della resistenza «lotta per un’Islam che basa la sua dottrina su giustizia e uguaglianza, che la componente salafita dei talebani ha abbandonato». 

Con la conquista degli equipaggiamenti militari, i nuovi controllori dell’Afghanistan sono entrati in possesso delle ex NDS, le forze speciali dell’intelligence. Grazie ai nuovi mezzi messi a disposizione, hanno rintracciato e assassinato quasi 400 membri del passato governo.

L’1 gennaio dei soldati talebani hanno distrutto la recinzione che, lungo la linea Durand, delimita il confine tra Afghanistan e Pakistan. Secondo Bushra Gohar, ex parlamentare pakistana, «sono delegati controllati e orchestrati per costruire credenziali nazionaliste dei terroristi». Nei primi giorni di settembre, alcune settimane dopo la caduta di Kabul, i giornali internazionali riportavano la notizia della conquista talebana del Panjshir. Per Nazary «erano tutte fake news. Non ci sono più giornalisti a coprire il territorio. Rimangono solo cronisti mercenari che, pagati dal Pakistan, diffondono disinformazione e propaganda».

Mentre il controllo del territorio si divide tra i due schieramenti e le proteste, animate soprattutto da donne, infiammano le strade delle province, gli stati confinanti rimangono in attesa di conferme. La Russia aspetta di scoprire se i talebani assumeranno il ruolo promesso di forza anti-terroristica. Il Tagikistan, che dopo l’annuncio di una resistenza ufficiale a favore dell’NRF, è bloccato dalla potenza politica e internazionale delle nazioni circostanti.

«In primavera lanceremo la riconquista dell’Afghanistan», commenta Nazary. L’esercito di liberazione pazienta mentre raccoglie provviste militari ed economiche, alcune delle quali trasferite in conti economici statunitensi. La neve inizia a sciogliersi e gli attacchi si intensificano. Per Daniele Garofalo «se l’NRF riuscisse a vincere una battaglia potrebbe portare a una svolta». Prima della controffensiva, Massoud aspira a ricevere un sostegno internazionale. Un appoggio militare e strategico, ma soprattutto il riconoscimento della loro legittimità. Christopher Costa, ufficiale dell’intelligence, ex assistente del presidente statunitense e direttore dell’antiterrorismo al Consiglio nazionale di sicurezza fino al 2018, ha dichiarato che «Gli Stati Uniti possono ancora esercitare la loro leadership e stabilire i termini per diminuire le sofferenze degli afgani. Gli Stati Uniti devono questo impegno al popolo dell’Afghanistan». Perché, per Nazary, «non è una guerra civile. È la guerra del terrore che l’Occidente ha abbandonato».