Esclusiva

Gennaio 18 2022.
 
Ultimo aggiornamento: Gennaio 21 2022
Liberi di morire con dignità, la battaglia per l’eutanasia legale

In Italia manca ancora una legge sul fine vita. Il Referendum Eutanasia Legale potrebbe garantire a tutti il diritto di scegliere di non soffrire più

«Mi stanno uccidendo dentro, nell’anima». È già morto una volta Mario, 43 anni, tetraplegico da più di dieci a causa di un grave incidente stradale, e muore ancora dopo aver denunciato la tortura di Stato che da diciassette mesi lo condanna all’agonia di una sopravvivenza senza vita. Immobile nel letto, Mario sopporta dolori lancinanti come «chiodi sulla testa» e combatte una lunga battaglia di richieste, attese e ostruzionismi per essere libero, fino alla fine, di dire basta.

Prima di lui, anche Piergiorgio Welby, Eluana Englaro, Fabiano Antoniani e Davide Trentini hanno lottato con fatica, nonostante la sordità del Parlamento, per il riconoscimento dei diritti sul fine vita, scegliendo di morire con dignità. Le aule dei tribunali hanno ascoltato le voci spezzate dei malati incurabili e hanno portato alla luce il divario tra la volontà della società civile e la cecità delle istituzioni, raggiungendo traguardi importanti.  

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Filomena Gallo, Mina Welby e Marco Cappato festeggiano il deposito delle firme del Referendum Eutanasia Legale in Cassazione – Photo credits: Associazione Luca Coscioni

L’eutanasia passiva, il diritto di interrompere le terapie sancito nella legge Welby-Englaro del 2017, ha liberato Piergiorgio ed Eluana dalla prigione dei loro corpi. Il suicidio assistito, che richiede la somministrazione del farmaco da parte del malato stesso, ha permesso a DjFabo di abbandonare lo strazio di notti eterne, non qui, ma in Svizzera, grazie alla disobbedienza civile di Marco Cappato, tesoriere dell’Associazione Luca Coscioni. La sentenza numero 242 del 2019 della Corte Costituzionale, che ha valore di legge, ha poi depenalizzato parte dell’articolo 580 del codice penale, di epoca fascista, individuando le condizioni (patologia irreversibile, fonte di sofferenze fisiche o psicologiche ritenute intollerabili, dipendenza dai trattamenti di sostegno vitale e capacità di prendere decisioni libere e consapevoli) e le procedure in presenza delle quali l’assistenza al suicidio non costituisce più reato. L’interpretazione estensiva del concetto di trattamento di sostegno vitale, che abbraccia anche il trattamento farmacologico, ha infine congedato Davide Trentini da un inferno quotidiano. Non c’è spazio, invece, per l’eutanasia attiva, che richiede la condotta attiva di un terzo e che resta in ogni caso punita come omicidio del consenziente dall’articolo 579 del codice penale.

Queste conquiste, però, non sono sufficienti: «Eutanasia e suicidio medicalmente assistito sono due espressioni di libertà ancora imbrigliate dai divieti di stampo autoritario» sottolinea Filomena Gallo, avvocata e segretario dell’Associazione Luca Coscioni. A partire dal «gioco delle tre carte fatto sulla pelle di Mario», spiega Marco Cappato, che scorge nell’ostruzionismo burocratico dell’Azienda Sanitaria Unica Regionale delle Marche e del Comitato Etico della Regione l’ombra del dovere di vivere. La legittima richiesta di suicidio assistito del malato, infatti, è sospesa in un continuo rimbalzo di accertamenti sul farmaco tra i due organi, nonostante il via libera delle sentenze della Corte Costituzionale e del Tribunale di Ancona. Una crudeltà per Mario, che «resiste per percorrere le strade consentite in Italia, e a questo punto c’è solo da rispettare la sua volontà».

Inoltre, il 13 dicembre scorso la Camera ha discusso il disegno di legge sul suicidio assistito, ma l’aula era deserta e le votazioni del testo, che fa retromarcia sui progressi della Corte Costituzionale perché discrimina i malati non dipendenti da trattamenti di sostegno vitale e non prevede tempi certi per «ammalati che non hanno tempo», sono state rinviate. Nel frattempo, resta aperta la strada del Referendum Eutanasia Legale per la legalizzazione dell’eutanasia: il prossimo 15 febbraio, la Corte Costituzionale si pronuncerà sull’ammissibilità.

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Deposito delle firme del Referendum Eutanasia Legale in Cassazione – Photo credits: Associazione Luca Coscioni

La scorsa estate, il referendum ha raggiunto il record di 1.200.000 firme, per la prima volta raccolte anche online. Come riporta l’Associazione Luca Coscioni in collaborazione con OnData e ItAgile, la straordinaria mobilitazione popolare conta ben 392.233 firme digitali in tutta Italia, in testa l’Emilia-Romagna (11,79%), la Lombardia (10,14%) e la Sardegna (10%). Le donne (56,28%) superano di poco gli uomini (43,72%). Tra i firmatari più attivi, i nati tra il 1981 e il 2000 (60,47%).

Tutto lascia intendere che gli italiani vogliano seguire l’esempio di altri Paesi europei, primo fra tutti l’Olanda, che ha legalizzato eutanasia e suicidio assistito nel 2002. Dall’analisi dei report del Regional Euthanasia Review Committee tra il 2010 e il 2019, emerge oltre il 94% di richieste di eutanasia attiva, dato che confermerebbe la necessità di garantire l’intervento di un medico per i malati che non sono più in grado di compiere l’ultimo gesto. Nel 71,6% dei casi, a fare richiesta sono i malati oncologici come Daniela, 37 anni, colpita da un tumore fulminante al pancreas e morta senza ottenere assistenza al suicidio. Per la legge italiana la donna, che non dipendeva da trattamenti di sostegno vitale, non ne aveva diritto. «Ho vissuto una vita intensa, mi sono amata molto, ho lottato fino a che ho avuto speranze, adesso nemmeno i medici ne hanno, sono peggiorata tanto da non riuscire quasi più a curarmi, ho vissuto una vita da persona libera, adesso vorrei essere libera di morire nel migliore dei modi. Me lo devo, non è giusto soffrire, vorrei un suicidio medicalmente assistito, un farmaco capace di porre fine alle mie sofferenze, fare le cose nel migliore dei modi, salutare i miei cari e andare via con il sorriso». Un desiderio umano, condiviso con il 77% dei pazienti olandesi che si congedano dall’esistenza nel calore della casa e della famiglia, e che riecheggia anche nelle parole di Mario: «Io vorrei solo avere la possibilità di porre fine alle mie sofferenze, nel mio paese, premendo quel bottone, addormentarmi senza soffrire e morire nel modo più dignitoso possibile per me e i miei cari». Una scelta estrema, compiuta nel 78% dei casi da persone di età compresa tra i 60 e gli 89 anni.

Anche la relazione della Commissione Federale di Controllo e Valutazione dell’Eutanasia del Belgio, altro Paese che ha legalizzato l’eutanasia nel 2002, conferma i dati olandesi. Nel periodo 2018-2019, la maggior parte delle richieste proviene da malati oncologici (62%), il luogo prescelto per la fine è la casa (45%) e l’età della maggior parte dei richiedenti è compresa tra i 60 e gli 89 anni (76,2%). In Svizzera, dove solo il suicidio assistito è legale, l’Ufficio Federale di Statistica ha evidenziato nel periodo 2010-2014 la provenienza del 42% delle richieste da malati oncologici. A differenza dei suicidi, dovuti nel 56% dei casi alla malattia psichica della depressione, quelli assistiti sono richiesti soprattutto in presenza di malattie fisiche.

Nel 2021, anche la Spagna ha legalizzato l’eutanasia, mentre l’Austria il suicidio assistito. Ora, non resta che attendere gli sviluppi della legge italiana: «Questa non è la battaglia di Mario e non sarà la vittoria di Mario, semmai sarà la vittoria di tutti, iniziata da Piergiorgio, portata avanti dall’Associazione Luca Coscioni, da Mina Welby, Marco Cappato, Filomena Gallo, Fabiano Antoniani, Davide Trentini, da tutti quelli che nel silenzio e nell’indifferenza dello Stato ci hanno lasciato soffrendo o costretti ad esiliare all’estero».