Esclusiva

Febbraio 3 2022.
 
Ultimo aggiornamento: Febbraio 19 2022
Ucraina, Putin alza la tensione

Rischio di escalation tra Nato e Russia sul destino dell’ex paese sovietico

«Cosa ci fanno gli Stati Uniti in Ucraina, alle porte del nostro paese? Pensano che resteremo a guardare senza fare nulla?». Vladimir Putin lo scorso 21 dicembre aveva avvisato i suoi nemici. La sindrome da accerchiamento combinata al desiderio di continuare a mantenere una sfera d’influenza sull’ex blocco sovietico lo ha spinto a schierare centomila soldati nei pressi della frontiera orientale con l’Ucraina. Una mossa che il politologo americano Ian Bremmer, nella sua newsletter, esclude sia anticipatoria di una vera e propria invasione su larga scala. Né tantomeno di uno scontro diretto tra Stati Uniti e Russia. Eppure quello di metà gennaio è stato il più grande dispiegamento di truppe nell’Europa dell’est dalla fine della guerra fredda. Da allora la Nato si è rafforzata. L’Alleanza atlantica si è allargata di almeno mille chilometri verso oriente. Putin sente mancare la terra sotto i piedi. Dietro l’aggressività delle ultime settimane si cela il timore di veder sfuggire definitivamente di mano il controllo sulla sicurezza dei propri confini.

Appare distante anni luce la distensione tra Russia e Nato a cavallo tra il 1997 e il 2008. A fine anni ’90 venne firmato un atto fondativo che accettava l’espansione dell’Alleanza in cambio della rinuncia occidentale al dispiegamento permanente di forze di combattimento significative e allo schieramento di armi nucleari in Europa orientale. L’equilibrio si è spezzato con l’invasione russa della Georgia nel 2008 e soprattutto con l’annessione della Crimea e il conseguente inizio del lungo conflitto con l’Ucraina nel 2014. Le richieste avanzate alla Nato da parte di Putin sono state audaci: escludere ulteriori espansioni e impieghi di truppe, rinunciare a qualsiasi tipo di cooperazione militare con l’Ucraina e gli altri paesi dell’ex blocco sovietico e ritirare le armi nucleari statunitensi dall’Europa. Il tutto senza alcun vincolo di misura reciproca.

«Credo che Putin si sia infilato in un vicolo cieco avanzando richieste irricevibili e addirittura dandone ampia pubblicità, tagliando quindi ogni strada per un compromesso. Il fatto che la Russia si stia trovando abbastanza isolata anche in sede di Consiglio di Sicurezza dell’ONU non è un fatto secondario. Non ritengo però che questo possa direttamente influenzare la politica e la strategia russa di breve periodo». Andrea Gilli, Senior Researcher al NATO Defense College, ha commentato così ai nostri microfoni il contenuto delle due bozze di trattato per le garanzie legali della sicurezza russa.

L’amministrazione Biden ha respinto le richieste al mittente accettando di aprire un negoziato diplomatico che si sta dimostrando estremamente difficoltoso. Gli Stati Uniti, come rivelato dal quotidiano spagnolo “El País”, propongono alla Russia una riduzione reciproca dell’arsenale missilistico in Europa tramite negoziati che portino a nuovi trattati. «Per le grandi potenze è importante mantenere la propria credibilità rispetto ai loro impegni di deterrenza. Ma la deterrenza è negli occhi di chi guarda. È evidente come l’ordine internazionale sia puntellato da nazioni che non la vedono come una risorsa ma piuttosto come una costrizione svantaggiosa: e non parlo solo della Russia ma anche della Cina e dell’Iran». È in questi termini che Gilli inquadra la questione fondamentale della deterrenza.

Questione che, stando a quanto dichiarato dal portavoce del Pentagono John Kirby, ha giustificato il recente spostamento di tremila soldati statunitensi nell’Europa orientale. Il vice ministro degli esteri russo, Alexander Grushko, ha definito la mossa distruttiva e ingiustificata. Ci si interroga se questo possa rappresentare motivo per una ulteriore escalation. Nel frattempo il futuro dell’Ucraina si fa più incerto. Le tensioni con Mosca stanno devastando le casse pubbliche e private. La fiducia nel presidente Volodimir Zelenskij è in caduta libera. Le piazze sono tornate a far sentire la propria voce.

Paolo Brera nel suo articolo per “La Repubblica” riporta le dichiarazioni di Oleg Nivjievski, vicepresidente della Kiev School of Economics, a proposito della situazione finanziaria in corso: «In 8 anni, dall’inizio della guerra, l’Ucraina è cresciuta con il Pil più della Russia, la moneta si è stabilizzata, abbiamo risorse sufficienti nella banca centrale e sono state fatte riforme importanti. Ora vogliono destabilizzarci: con la paura stanno facendo cadere la moneta, i bond sono più difficili da vendere, la bilancia commerciale peggiora, gli investimenti fuggono e l’Ucraina precipita. Se l’isteria continua a crescere, nessuno sa cosa potrà accadere». Uno scenario gravoso che rappresenta un’incognita. Gilli nel merito ipotizza: «Non è da escludere che questa possa essere una parte della strategia russa: creare un costo diretto all’attuale sistema ucraino, per cercare di destabilizzare il paese con altri mezzi».