Esclusiva

Marzo 31 2022
«Una notte ho sentito i suoi passi sulla terrazza»

Dacia Maraini ricorda l’amico Pier Paolo Pasolini

«Pier Paolo voleva soltanto essere amato, tutta la sua vita è stata segnata da una volontà d’amore». A dispetto di chi lo vedeva come un uomo aggressivo e tormentato, quello che Dacia Maraini descrive in “Caro Pierpaolo”, edito da Neri Pozza, è un altro Pasolini. Secondo l’autrice, che il 29 marzo ha presentato il libro alla Luiss, in un evento organizzato dall’osservatorio di etica pubblica “Ethos”, il problema di Pasolini è che non era stato capito dal suo tempo. 

Nella foto che li ritrae in copertina i due amici sembrano uniti da una rara tenerezza. Lei gli è vicina da dietro, quasi a proteggerlo. «Per Pasolini tutte le donne erano anche madri, ecco perché non sarebbe stato capace di desiderarle», continua l’autrice.  «Per lui l’omosessualità era un istinto bellissimo e naturale. Per questo motivo è stato cacciato dalla scuola che aveva fondato e dal partito comunista. Il sentimento di sfida, che aveva innato dentro di sé, è stato esacerbato dal fatto che durante tutta la sua vita è stato trattato così male». 

Tutto inizia con un sogno. 

«Una notte ho sentito i suoi passi sulla terrazza, l’ho visto vivo. Lui mi ha detto “Dacia, ero morto ma ora sono vivo, voglio tornare a fare il cinema”». Insieme a lui la Maraini racconta di aver sognato anche i suoi tecnici, che tentavano di dissuaderlo. «Sei morto Pier Paolo, non puoi tornare a lavorare!», dicevano.

Da quel sogno nasce l’idea del libro, che è un romanzo epistolare, una corrispondenza fittizia che serve alla Maraini a superare il lutto e la terribile scomparsa dell’amico. «Non si è mai capito come sia morto Pier Paolo, io stessa ancora ci penso. Potrebbe essere che il delitto sia legato a ciò che Pasolini sapeva sull’omicidio Mattei e a ciò che ha scritto in Petrolio. Qualcuno potrebbe aver deciso di farlo fuori. Era fatto così Pier Paolo, ha sempre attaccato il potere anche a rischio della vita». 

L’autrice, intervistata Zeta, descrive così il grande poeta bolognese. «Era un uomo pacato, mai violento. Dolcissimo con gli affetti. Con questo libro volevo far conoscere l’altro Pier Paolo, quello che chi ha letto i suoi scritti sociali, in cui era rabbioso e aggressivo, non potrebbe comprendere». L’artificio delle lettere serve per farlo sentire più vicino a noi. Il lettore può viaggiare con l’autrice, Moravia, Pasolini e Maria Callas. Sale su una macchina che sfreccia in una strada polverosa in Africa. Mangia con loro e con altri intellettuali del tempo in una trattoria di Roma, dove era facile incontrarsi, conversare, scambiarsi idee.

«Per me è difficile descrivere il rapporto che avevamo io, Pasolini e Moravia in poche parole. Era un’amicizia solida e profonda, che non è mai stata intaccata dalle nostre divergenze a livello ideologico». La scrittrice è stata una femminista convinta, ha partecipato con decisione alle lotte del movimento e, più avanti, alla battaglia per avere una legge sull’aborto. Pasolini, invece, era un antiabortista e si era schierato contro le proteste del ’68, perché vedeva gli studenti come dei privilegiati. «Tutto ciò che rappresentava rivendicazione per lui diventava qualcosa di borghese e di prestabilito».

La Maraini ricorda con commozione la casa che i tre amici condividevano a Sabaudia. «Erano due appartamenti separati con una terrazza in comune, noi di sotto e Pier Paolo di sopra. Io scrivevo davanti al mare e mi tranquillizzavo quando sentivo i suoi passi al piano superiore». Gli stivali di Pasolini erano il segnale. Servivano alla Maraini e Moravia per capire che Pier Paolo era tornato a casa dopo una notte in giro. 

Nonostante Pasolini sia stato, in maniera modernissima per i suoi tempi, un artista poliedrico, la Marini è decisa nel descriverlo, prima di tutto, come un poeta. «Lui ha cominciato con la poesia. La sua vitalità, le sue idee, la sua profondità e i suoi sentimenti, stanno soprattutto nella poesia. Nella poesie c’è tutto, anche la vita privata, cosa che magari in un saggio politico non si trova. Era allo stesso tempo sincero, profondo e artificioso, perché la poesia è anche artificio». 

La sala è gremita di giovani. Molti fanno domande, chiedono come sarebbe Pasolini oggi, se fosse vivo. Se userebbe i social network o sarebbe vicino alla causa ambientalista. La scrittrice li guarda, ascolta le loro domande, risponde a tutti chiamandoli per nome. 

«Mi fa piacere vedere una sala piena di ragazzi. Per me è attualissimo leggere Pasolini oggi. Le sue idee non erano legate solo al suo tempo. Sono riflessioni universali sui pericoli della globalizzazione, sull’allontanamento dell’uomo dalla natura e sulla sua dissacrazione».