Esclusiva

18 Dicembre 2021.
 
Ultimo aggiornamento: 13 Gennaio 2022
Ritratto dell’uomo e dell’intellettuale

Poeta, autore, regista, un artista controverso ma indimenticato

«Portava sempre con sé, infilato in una tasca della giacca, un quadernetto rosso. Mi diceva: ‘Adesso te lo leggo’. Poi ci ripensava: ‘No, sei troppo piccola per capire…’» (Silvana Mauri Ottieri su Pier Paolo Pasolini). 

Forse si sarà sempre troppo piccoli per comprendere l’animo tormentato e la personalità poliedrica di Pier Paolo Pasolini. Poeta, scrittore, giornalista, saggista, regista provocatore che ha portato all’attenzione del pubblico l’Italia degli anni Sessanta. 

Bolognese d’origine, la sua infanzia ha il colore dei soggiorni estivi nella cittadina friulana di Casarsa «vecchio borgo grigio immerso nella più sorda penombra di pioggia, popolato a stento da antiquate figure di contadini e intronato dal suono senza tempo della campana». È il periodo in cui Pier Paolo scrive usando il dialetto friulano, un dialetto antico, sfuggente e intraducibile. Nasce, così Poesie a Casarsa (1924) una delle sue prime composizioni in cui ricerca la purezza contadina di un’Italia che cambia ed evolve.

La sua adolescenza è segnata dalla morte del fratello Guido, partigiano ucciso da partigiani, in quello che viene ricordato come l’eccidio di Porzus. «Io per mio fratello posso dire che è stata la sorte del suo corpo entusiasta che l’ha ucciso.Ora, gli ideali per cui è morto, il suo dolcissimo tricolore, lo hanno rapito in un silenzio che non è ormai più nostro».

Pasolini è desiderio, sperimentazione, rifiuto delle avanguardie. Si trasferisce a Roma negli anni Cinquanta, città che rappresenta «una libertà dal Friuli». Racconta la realtà osserva, quella di una Roma «delle catapecchie e degli acquedotti imperiali». I protagonisti del romanzo Ragazzi di vita(1955), infatti, sono i ragazzi romani di borgata, di scorribande di violenza, alle volte inspiegabile. In questa barbarie trova un’autenticità e verità primordiale che alberga in queste realtà sociali. 

Giornalista brillante e polemista attento alle dinamiche del suo tempo e alle volte anche in controtendenza. Nel 1968 pubblica Il PCI ai giovani sul giornale l’Espresso che fa scalpore per la sua unilateralità. Si pone dalla parte dei poliziotti Pasolini, lui, portavoce della rivoluzione comunista. Ma «i poliziotti sono figli di poveri» e gli studenti invece «facce di figli di papà». 

Le parole e le critiche di Pier Paolo prendono vita con il Pasolini regista. Film come Accattone (1961), Mamma Roma (1962), Uccellacci e uccellini (1966), ma anche Salò e le 120 giornate di Sodoma (1975), che scrisse poco prima della sua uccisione, sono pellicole provocatorie. Questo stile mordace gli costa tante critiche e inimicizie. 

Trentatré processi, accusato di vilipendio, portato in Corte d’Assise per una rapina. «Potrei scrivere un libro bianco sui miei rapporti con la giustizia italiana, sulle accuse, sulle sentenze inquisitorie dei pubblici ministeri, sulle arringhe» racconta Pasolini. «Sono stato processato per un furto di 2000 lire e mi hanno descritto con indosso un cappello nero e guanti neri e armato di una pistola caricata di pallottole d’oro». Attaccato per le idee che professava e perché aveva «il coraggio e la libertà di dichiararsi diverso» (Enzo Biagi). 

Pasolini muore solo sulle spiagge del litorale di Ostia, con in tasca quel suo «quadernetto rosso»pieno di sogni, segreti e confessioni, tra cui anche quella della sua omosessualità. Viene ucciso dai suoi stessi personaggi: ha raccontato la violenza, la rabbia dei ragazzi di periferia, quegli stessi ragazzi che lo hanno riempito di botte al punto che «non sembravi un corpo tanto eri massacrato» (Oriana Fallaci). «Pasolini è il martire letterario per eccellenza»dice il giornalista Roberto Saviano: «se non fosse finito così, avrebbe ancora addosso tutta quella bava di odio che ha avuto in vita». 

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