Esclusiva

Maggio 22 2022
«Oltre un milione di ucraini deportati in Russia»

Dall’ingresso nel confine nemico se ne sono perse le tracce. Le fonti ucraine denunciano “deportazioni” subìte dalla popolazione civile, per Mosca sarebbero “esodi volontari”.

L’Ucraina le chiama «deportazioni forzate». Per le fonti russe si tratta invece di una «distribuzione, di esodi volontari». Entrambe le parti confermano che più di un milione di ucraini sono arrivati in Russia, passando per dei «centri di filtraggio». Diverse organizzazioni umanitarie stanno denunciando la pratica del trasferimento degli ucraini «contro la propria volontà» o con l’inganno. Il Pentagono dice di aver raccolto «indicazioni» a riguardo e sono diverse le testimonianze dirette fra loro concordanti.

Lyudmyla Denisova, commissaria per i diritti umani del Parlamento ucraino, ha scritto su Telegram che dall’Ucraina «alla mattina del 21 maggio, la Russia deportato 1.377.925 persone, inclusi 232.480 bambini. Solo ieri erano 17.306, di cui 2.213 bambini. Sono costretti a salire sugli autobus e solo al momento dell’imbarco vengono informati che saranno portati al “campo di filtraggio” a Bezymenny, distretto di Novoazovsk, e poi in Russia. Le persone sono circondate dai militari russi con mitragliatrici, indignate e spaventate».

In un’intervista rilasciata all’agenzia Ansa il 07 maggio la stessa commissaria aveva detto che  «prima di tutto il Servizio di sicurezza russo controlla i telefonini degli ucraini per vedere con chi collaborano, le cose che dicono, il loro atteggiamento nei confronti del governo o dell’esercito, cosa scrivono sui social. Poi li spogliano, alla ricerca di tatuaggi con emblemi ucraini o simboli patriottici. Chi ha questo tipo di tatuaggi viene considerato sospetto, non passa la filtrazione e viene subito portato via, in direzione di Dokucajevs’k». Ha poi aggiunto Denisova: «Di queste persone non sappiamo più nulla, non abbiamo informazioni su dove finiscano».

«Mia madre e i miei due fratelli hanno trascorso più di un mese in un seminterrato di Rubizhne insieme ad altre due famiglie, con cibo e acqua scarsi. C’erano anche dei bambini. Il 7 aprile hanno chiamato per dire che erano stati trasportati in Russia e non sapevano se avrebbero potuto chiamarmi ancora. Poi ho perso i contatti». A parlare è un cittadino ucraino residente a Rubizhne, nella regione di Luhansk.

Secondo un recente report di “International Partnership for Human Rights”, dalla città ucraina diverse centinaia di persone sono state «trasportate con la forza» verso la Russia. L’organizzazione umanitaria, che sta collaborando con Associated Press nella raccolta di prove della commissione di crimini di guerra da parte della Federazione russa, parla di «trasferimento forzoso della popolazione civile».

«Oltre un milione di ucraini deportati in Russia»

Da Mariupol, città tra le più colpite dall’invasione russa, sarebbero almeno 15.000 i cittadini ucraini prelevati dall’esercito di Mosca. Il sindaco, Vadim Boychenko, ha denunciato presunte sparizioni anche in occasione dell’evacuazioni dei civili dall’acciaieria Azovstal. «Ci risulta che undici autobus siano scomparsi da qualche parte, avrebbero dovuto procedere verso Zaporizhia, ma si sono persi». Su Telegram ha poi dichiarato che «gli invasori costringono le persone già stremate dalla guerra a salire sugli autobus, li privano di passaporti e altri documenti di identità ucraini, dei cellulari. Li portano in campi di smistamento e poi in diverse città remote della Russia».

«Non c’era modo per noi di raggiungere una parte più sicura dell’Ucraina, solo la Russia», dice Olga (nome di fantasia) a Meduza, una testata russa indipendente . Lei a Mariupol faceva l’infermiera e con la sua famiglia «vivevano bene». Dopo un mese di guerra vissuto in un seminterrato, i bombardamenti le hanno distrutto la casa, costringendola a scappare. È partita con suo marito, non c’erano alternative alla Russia. «Ma anche lì avevamo poche scelte su dove andare: a Kirov o in Estremo Oriente nell’ambito del programma di reinsediamento. Siamo stati attirati qui dal programma».  Gli erano stati promessi lavoro e mutui a tassi convenienti. Una volta arrivati hanno scoperto che il lavoro era poco e mal pagato, non c’erano alloggi accessibili e i mutui agevolati erano destinati a coppie under 35. «Lo abbiamo appreso solo dopo che eravamo già sul treno».

Un’indagine indipendente del quotidiano inglese “The i Paper” ha individuato almeno 66 «campi per ucraini», che sarebbero conosciuti in Russia come Temporary Accomodation Point (TAP). Individuati incrociando le informazioni dei notiziari locali e siti web di mappatura russa, si tratterebbe di «dozzine di sanatori ex sovietici, campi per bambini, almeno un centro di “educazione patriottica” e persino un ex deposito di armi chimiche».

A Perm si chiama il Piccolo Principe, in Tatarstan si trova invece il Babbo Natale: i loro nomi mutuati dalla tradizione fiabesca «smentiscono la miseria subita dai loro occupanti sopravvissuti a due mesi di guerra». Secondo i giornalisti britannici, si estenderebbero per le steppe russe attraverso 11 fusi orari, «sui Monti Urali da Belgorod a ovest fino alla remota penisola di Kamchatka ai margini dell’Oceano Pacifico e Vladivostok alla fine della ferrovia transiberiana». A decine di migliaia di km di distanza da casa loro, «sebbene agli ucraini siano permesso di uscire dai campi, la lontananza e la mancanza di denaro, telefoni o documentazione lo rende pressoché impossibile».

Mosca non nega e conferma i numeri, così come l’esistenza dei «centri di filtraggio». La versione, però, è opposta: quello degli ucraini sarebbe un esodo volontario, che l’esercito russo sta facilitando. «Nonostante gli ostacoli creati da Kiev, dall’inizio dell’operazione militare speciale, già 1.002.429 persone sono state evacuate nel territorio della Federazione Russa dalle regioni pericolose dell’Ucraina, di cui 183.168 sono bambini» ha detto Mikhail Mizintsev, capo del Centro di controllo della difesa nazionale della Federazione russa.

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A riprova di questo il Cremlino adduce che molti ucraini fossero in possesso della doppia cittadinanza. Già il giorno dopo l’elezione di Zelensky nell’aprile del 2019, infatti, il presidente russo, Vladimir Putin, ha firmato un decreto che semplifica la procedura per ottenere la cittadinanza per i residenti di Donetsk e Luhansk. Da allora, più di 720.000 residenti nelle aree controllate dai ribelli hanno ricevuto passaporti russi. Oltre a questi, altre centinaia di migliaia sarebbero stati rilasciati con procedure d’urgenza nei giorni antecedenti l’attacco all’Ucraina del 24 febbraio. Anche per questo, secondo le autorità ucraine, le operazioni russe sono frutto di premeditazione accurata.

Ad ogni modo, tutti i fatti potenzialmente crimini internazionali, come sarebbe l’ipotesi di deportazione, sono al vaglio della Corte penale internazionale, il tribunale internazionale con sede all’Aia. Il 2 marzo scorso la Corte ha aperto un’indagine formale sulla “Situazione in Ucraina”, avente ad oggetto i crimini commessi sul suo territorio dal 2013 in poi.

Cosa mai accaduta prima, il procedimento è stato intrapreso su rinvio di ben 43 Stati, tra i quali l’Italia. Nonostante né la Federazione russa né l’Ucraina abbiano ratificato lo Statuto di Roma che nel 1998 ha istituito la Cpi, l’accettazione ad hoc, nel 2014 e nel 2015, da parte dell’Ucraina della competenza della Corte per i crimini commessi sul suo territorio dal 2013 in poi, impone al Paese aggredito l’obbligo di cooperare con i giudici internazionali, soprattutto nella raccolta delle prove. È difficile oggi prevedere la durata delle indagini o se effettivamente porteranno a un rinvio a giudizio, che comunque sarebbe nei confronti non degli Stati ma di persone fisiche.

Quello che è certo, per il momento, è che le due fonti concordano nel dire che oltre un milione di ucraini sono arrivati nel Paese che ha invaso le loro città. Nella maggior parte dei casi se ne sono perse le tracce e non si hanno più notizie di migliaia di persone e di bambini finite nelle mani dell’esercito russo.