Esclusiva

Giugno 16 2022
Le vite degli altri

Scegliere l’eutanasia dovrebbe essere un diritto, per comprendere e accettare la libertà di tutti

«Perdonatemi». Su un biglietto accanto al letto, Michele Troilo ha lasciato poche parole. All’alba ha aperto la finestra del terrazzo del quarto piano e si è gettato nel vuoto. Michele aveva 72 anni e una leucemia all’ultimo stadio che, una notte, ha provocato un episodio di incontinenza. Marta, la badante, ha spogliato, lavato e cambiato il corpo umido. Un’umiliazione intollerabile per Michele, uomo riservato, intelligente, colto, appassionato degli spettacoli di lirica della Scala e del San Carlo, estimatore delle pellicole di Luchino Visconti, viaggiatore, amico e fratello. Quella notte, tra le lenzuola è annegata la sua dignità. «La dipendenza da altri contrastava completamente con la sua visione della vita» spiega il fratello Carlo Troilo, giornalista e collaboratore dell’Associazione Luca Coscioni. In una lettera all’amico Corrado Augias, Troilo ha raccontato la storia del suicidio di Michele per ravvivare il dibattito sull’eutanasia. «Secondo i dati Istat, ogni anno sono più di 1000 i suicidi dei malati in Italia» denuncia. «Eppure, ogni persona malata, se lucida, dovrebbe essere libera di scegliere quando e come morire. La sofferenza fisica e psichica è soggettiva, e dipende anche dalle condizioni familiari. Alcuni malati sono assistiti da famiglie affettuose, altri invece si consumano nella solitudine e nella disperazione».

eutanasia

Anche Paolo Flores d’Arcais, direttore della rivista Micromega, sostiene che «la vita appartiene a chi la vive», e sottolinea il paradosso sull’eutanasia: «Il fine vita non è un tema divisivo, anzi, c’è unanimità. Infatti, sul fine vita tutti pretendono di decidere per sé, e nessuno accetta le decisioni altrui, magari basate su valori opposti ai propri». Il problema, per Flores, nasce dalla «prepotenza di alcuni cittadini», che spesso è «prepotenza clericale», di imporre le proprie scelte anche agli altri.

Negare l’eutanasia, però, significa non solo ignorare le vite torturate dei malati inguaribili, ma anche avvallare l’eutanasia clandestina nei reparti di rianimazione. Flores ricorda i risultati di un questionario anonimo per medici e infermieri di circa trent’anni fa: «Erano incredibili, o meglio, credibilissimi per chi vuole sapere come stanno realmente le cose. Tutto ciò ha un nome: si chiama ipocrisia, rimozione, omertà».

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In Italia, il cammino del riconoscimento dei diritti sul fine vita è impervio. Da un lato, il 15 febbraio scorso la Corte Costituzionale ha dichiarato l’inammissibilità del referendum Eutanasia Legale per la legalizzazione dell’eutanasia perché non avrebbe garantito la tutela minima della vita, soprattutto delle persone deboli e vulnerabili. «È vero il contrario» afferma Flores «Senza l’eutanasia, più la persona è debole e vulnerabile, meno può porre fine alla tortura che è diventata la sua vita». Dall’altro lato, la Camera ha approvato la proposta di legge sul suicidio assistito che ora passerà all’esame del Senato, ma il testo attuale risulta incerto e discriminatorio. Infatti, potrebbero richiedere il suicidio assistito solo i malati dipendenti da trattamenti di sostegno vitale. «Una mostruosità» afferma Flores «che escluderebbe i malati terminali di cancro, non tenuti in vita da macchine ma comunque vittime di sofferenze terribili». Avy Candeli, direttore creativo dell’Associazione Coscioni, concorda: «Occorre evitare discriminazioni incomprensibili che entrano nelle camere da letto dei malati». Come Daniela, 37 anni, paziente oncologica, morta senza il diritto di anticipare una fine annunciata, e come Irene, 30 anni, malata di tumore, attaccata alle bombole e morta nel terrore che le farmacie d’agosto esaurissero le scorte di ossigeno.

Nelle cliniche svizzere dell’ultimo giorno di Fabiano Antoniani e Davide Trentini, c’era anche Candeli. DjFabo, goloso di vita ma rimasto tetraplegico e cieco a causa di un incidente stradale, ha scelto di morire in una data multiplo di tre. «Se fosse stato solo tetraplegico e avesse conservato la vista, o viceversa, avrebbe deciso di restare, ma così era troppo» racconta Candeli. Prima di ricevere il semaforo verde della clinica, «Fabo era triste e incerto», ma dopo «Fabo era felice. È difficile incrociare persone felici nel momento in cui sono felici nella vita, e lui lo era». Prima di lasciare Fabo tra le braccia dell’amore Valeria e della mamma Carmen, Candeli ha scherzato e riso con lui fino all’ultimo. «Mi ha chiesto: “La mia storia arriverà anche in Giappone?”, e io ho risposto: “Lo spero”. Alla fine, la sua foto è finita in prima pagina su un giornale giapponese. Purtroppo, non l’ha mai saputo».

Le vite degli altri
Fabiano Antoniani – Photo credits: Associazione Luca Coscioni

L’incontro con Davide Trentini, affetto da sclerosi multipla, è invece avvenuto in autogrill durante il viaggio per la Svizzera. «Ho conosciuto un uomo scorbutico, intriso di sofferenza, fatica e rabbia. Ma alla vista della clinica è cambiato. Era una persona adorabile e piena di umanità». Candeli, presente nella stanza fino alla fine, si è fatto «trapassare» più volte, prima dalla riflessione di Davide sul significato del volere bene: «Significa desiderare il mio bene o desiderare la mia sofferenza a tutti i costi?», e poi dall’atteso congedo: «Vado? Vado». Davide si è addormentato, il cuore fermo. Candeli aggiunge: «Ho percepito un’estrema dolcezza nel lasciare la vita così, cullati dal brano musicale preferito, circondati dagli abbracci dei cari, con consapevolezza, senza imprevisti né dolori».

Anche Piergiorgio Welby, affetto da distrofia muscolare, era felice di morire dopo il quiz Affari Tuoi. Non voleva più vedere e sentire nessuno. La moglie Mina Welby, invece, si sentiva uno zombie. Lui, però, l’ha rassicurata: «Tu c’hai da fa’». Ricorda Mina: «Nella camera non vedevo più niente, solo Piergiorgio, non ricordo se ci fossero altri. Ma il mio lutto è terminato con l’ultimo battito del polso. Piergiorgio aveva aperto la porta della libertà». Mentre la fiamma di una candela-Babbo Natale danzava sul televisore, il giradischi suonava Bob Dylan e tutta una vita insieme: Tonight I’ll be staying here with you.

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Piergiorgio e Mina Welby – Photo credits: Associazione Luca Coscioni